Iran alla Biennale di Venezia: “Non ci siamo mai ritirati”

Teheran smentisce il ritiro dalla Biennale mentre proseguono le trattative per la realizzazione del Padiglione

Nonostante la 61esima edizione della Biennale di Venezia abbia già aperto le sue porte al pubblico, le tensioni – culturali, politiche e diplomatiche – continuano ad attraversare l’esposizione senza accennare a diminuire. Dalle polemiche sulla presenza della Russia e di Israele, che hanno alimentato le proteste da parte di ANGA e delle Pussy Riot, fino alle mobilitazioni dei lavoratori e alle dimissioni della giuria, il clima attorno alla manifestazione resta tutt’altro che disteso. Ora, al centro del dibattito, torna anche la questione della partecipazione dell’Iran.

Il direttore generale delle arti visive presso il Ministero della Cultura e della Guida Islamica iraniano Aydin Mahdizadeh Tehrani, ha infatti smentito le notizie diffuse nei giorni scorsi secondo cui l’Iran avrebbe deciso di ritirarsi dalla Biennale. Secondo quanto riportato in un articolo pubblicato dalla stessa Biennale lunedì 4 maggio, il Paese sembrava ormai fuori dalla manifestazione. Ma da Teheran è arrivata una versione molto diversa. Tehrani ha dichiarato che l’Iran “non si è mai ritirato” ufficialmente dalla Biennale e che le trattative con gli organizzatori sarebbero ancora in corso. Il funzionario ha spiegato che il governo iraniano aveva già ottenuto un accordo preliminare per partecipare all’esposizione e che, nonostante le difficoltà, il progetto del padiglione non sarebbe mai stato abbandonato.

Dietro l’incertezza che ha accompagnato la vicenda ci sarebbero però questioni ben più profonde. Tehrani ha parlato apertamente dei problemi economici e logistici legati alle sanzioni internazionali contro l’Iran, agli elevati costi richiesti per l’affitto di uno spazio espositivo a Venezia e alla mancanza di una struttura culturale iraniana permanente in Italia. A complicare ulteriormente il quadro si aggiungono le tensioni geopolitiche degli ultimi mesi, segnate dal conflitto con Israele e dai rapporti sempre più delicati con gli Stati Uniti. Nonostante ciò, il Ministero della Cultura avrebbe continuato a lavorare al progetto. Il 10 maggio, secondo Tehrani, sarebbe stata inviata una lettera ufficiale agli organizzatori della Biennale nella quale l’Iran ribadiva la volontà di aprire il proprio padiglione, anche nell’eventualità in cui non fosse più possibile concorrere ai Leoni d’Oro.

L’idea sarebbe quella di presentare “un progetto completamente nuovo e differente”, costruito attorno a tecnologie contemporanee e nuovi approcci espositivi. I dettagli restano ancora riservati, ma Tehrani ha lasciato intendere che il progetto potrebbe proseguire il suo percorso anche oltre Venezia, trasformandosi successivamente in una mostra itinerante in altre città europee. Nel frattempo, accanto alle trattative ufficiali con la Biennale, ha iniziato a prendere forma anche un progetto indipendente. Nei giorni scorsi infatti, un collettivo che rappresenta artisti e curatori iraniani, ha annunciato la nascita del Padiglione Iperstizionale dell’Iran, che presenterà la mostra con la mostra Hulul: On Incarnation and Incantation.

Curata da Pouya Jafari e Nazli Jan Parvar, l’esposizione riunisce opere di artisti iraniani come Real Iran, Dast Dastan, Zendan-e Eskandar, Mogh Kouh e Dorna. Il progetto, sostenuto dall’organizzazione finlandese Perpetuum Mobile, si propone come una riflessione aperta e frammentata sull’identità iraniana contemporanea, lontana dall’idea di una rappresentazione ufficiale dello Stato. Nel comunicato stampa, il padiglione viene presentato come uno spazio in continuo mutamento, capace di far convivere memorie storiche, immaginari e narrazioni disperse della cultura iraniana. Eppure, anche in questo caso, restano molte zone d’ombra: il progetto non compare infatti nel sito ufficiale della Biennale e non è chiaro quale sia il suo reale legame con le istituzioni di Teheran.