Alla Biennale di Venezia esplode la contestazione delle Pussy Riot

Fumogeni, slogan e passamontagna colorati davanti al padiglione russo: l’irruzione delle attiviste accende l'apertura dell'edizione più discussa degli ultimi anni

Il 6 maggio 2026, nella giornata di anteprima della Biennale, le attiviste del collettivo russo dissidente Pussy Riot insieme alle militanti di Femen hanno inscenato una protesta davanti al Padiglione Russia per contestare il ritorno ufficiale del Paese alla manifestazione dopo l’esclusione seguita all’invasione dell’Ucraina nel 2022.

Con passamontagna rosa, slogan contro Vladimir Putin e fumogeni nei colori della bandiera ucraina, le attiviste hanno bloccato temporaneamente l’accesso al padiglione, dando vita a un confronto con la polizia durato circa mezz’ora. Tra i messaggi scanditi durante l’azione: “Russia’s art is blood” e “Disobey”.

La protesta arriva dopo settimane di crescente contestazione nei confronti della decisione della Biennale di riammettere la Russia. Le Pussy Riot avevano già annunciato “azioni massicce” contro il padiglione russo, accusando la manifestazione e il governo italiano di legittimare culturalmente il regime di Putin. Secondo Nadya Tolokonnikova, leader del collettivo, la Biennale avrebbe dovuto destinare il padiglione agli artisti dissidenti o ai prigionieri politici russi anziché a rappresentanti vicini al potere. Una posizione condivisa da numerosi artisti e operatori culturali internazionali che nelle ultime settimane hanno criticato apertamente la presenza della Russia e di Israele alla manifestazione veneziana.

Le polemiche hanno già provocato conseguenze senza precedenti: la giuria internazionale della Biennale si è dimessa in blocco pochi giorni prima dell’apertura, rifiutando di assegnare premi ai Paesi coinvolti in accuse internazionali di violazioni dei diritti umani. La Biennale ha difeso la propria scelta richiamandosi ai principi di apertura e libertà culturale, sostenendo di non voler trasformare l’arte in uno spazio di esclusione diplomatica. Una posizione che però continua a dividere il mondo dell’arte internazionale e che ha trasformato l’edizione 2026 in una delle più controverse degli ultimi anni. Resta ora da capire se le contestazioni proseguiranno anche nei giorni seguenti.