La mattina del 6 aprile all’Arsenale di Venezia, la giornata si è aperta con una mobilitazione diffusa che ha trasformato gli spazi della 61esima edizione della Biennale in un centro di manifestazione politica. Contemporaneamente all’azione di rivolta delle Pussy Riot contro il Padiglione Russia, il collettivo ANGA – Art Not Genocide Alliance – ha guidato una manifestazione a cui hanno preso parte centinaia di persone tra artisti, curatori, operatori culturali e attivisti, chiedendo l’esclusione dello Stato israeliano dalla manifestazione internazionale.
La protesta è solo uno degli ultimi episodi di una campagna molto più grande, iniziato nel 2024 con la chiusura del Padiglione Israele per decisione dell’artista Ruth Patir e delle curatrici Mira Lapidot e Tamar Margalit. Nonostante ciò, e in seguito alle pressioni esercitate da ANGA e da diversi attori della scena culturale internazionale, la Biennale ha successivamente scelto di ricollocare la presenza israeliana all’Arsenale attraverso il progetto di Belu Simion Făinaru, mentre la sede originaria ai Giardini è stata mantenuta chiusa ufficialmente per lavori di restauro. Una scelta che, secondo quanto dichiarato dal collettivo, rappresenta una forma di legittimazione istituzionale nei confronti di uno Stato accusato di genocidio.

Le tensioni sono cresciute lentamente, settimana dopo settimana, a partire da un gesto formale che ha segnato l’inizio della mobilitazione. Il 17 marzo 2026, ANGA ha inviato alla direzione della Biennale una lettera in cui chiedeva l’esclusione immediata del Padiglione israeliano. Attorno a quella richiesta si è rapidamente raccolta una rete ampia e trasversale: 236 adesioni complessive, tra cui 18 team di padiglioni nazionali, 113 artisti, 38 curatori e 85 operatori culturali. Tra i nomi più noti figurano Alfredo Jaar, Brian Eno, Yto Barrada, insieme alle curatrici Rasha Salti e Gabe Beckhurst Feijoo, entrambe coinvolte nella mostra centrale In Minor Keys. Nonostante l’ampiezza del sostegno e la pressione crescente, dalla Biennale non è arrivata alcuna risposta, in un silenzio che ha pesato sempre di più anche alla luce della presenza israeliana mantenuta in programma, nonostante i mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale contro i suoi vertici per crimini di guerra e contro l’umanità.

In questo clima già teso, la situazione si è ulteriormente irrigidita con le dimissioni collettive della giuria internazionale. Un gesto che ha avuto un forte valore simbolico, soprattutto perché la commissione, all’inizio del proprio mandato, aveva dichiarato l’intenzione di non prendere in considerazione per i premi gli Stati coinvolti in accuse di crimini contro l’umanità. A quel punto, tra lettere rimaste senza risposta, prese di posizione pubbliche e rotture interne, il confronto si è trasformato in una frattura sempre più evidente. È dentro questa sequenza di pressioni e silenzi istituzionali che ha preso forma la decisione di indire il primo sciopero di 24 ore nella storia della Biennale, fissato per venerdì 8 maggio.
Accanto alle contestazioni di carattere politico e istituzionale, la protesta ha assunto anche una forma più silenziosa e performativa, diffondendosi dentro gli spazi stessi della Biennale. Nei Giardini, gli artisti della mostra In Minor Keys hanno dato vita a Drone Chorus, una performance ispirata a Dronesong del compositore e chitarrista gazawi Ahmed Muin. L’azione si costruisce attorno a un suono continuo, un ronzio collettivo prodotto dalle voci, che richiama quello dei droni nei cieli di Gaza. In questo modo lo spazio espositivo viene attraversato da una presenza sonora costante, pensata come gesto di denuncia. La performance si ripete ogni giorno alle 12, disseminata in diversi punti del percorso espositivo.

Mentre questa dimensione artistica si radicava nel quotidiano della Biennale, la rete della protesta si è allargata anche fuori dagli spazi espositivi, coinvolgendo un fronte sempre più ampio di realtà culturali e sindacali. In vista dello sciopero dell’8 maggio, ANGA ha costruito una mobilitazione coordinata che prevede la chiusura dei padiglioni e degli spazi da parte di artisti e operatori culturali. Il momento centrale sarà un corteo previsto alle 16:30 in Via Garibaldi, pensato come punto di convergenza delle diverse rivendicazioni: da un lato il rifiuto della normalizzazione della violenza statale all’interno dei circuiti culturali, dall’altro la denuncia delle condizioni di precarietà lavorativa su cui si regge l’intero sistema della Biennale.

In questa cornice, la storia stessa dell’istituzione torna a fare da sfondo. La Biennale di Venezia è stata infatti, in altri momenti, uno spazio di prese di posizione nette: dall’esclusione del Sudafrica durante l’apartheid alla condanna del colpo di Stato di Pinochet in Cile. È proprio questo precedente a rendere ancora più acceso il dibattito attuale, in cui la presenza del Padiglione israeliano riapre la questione del significato di neutralità culturale e del ruolo delle grandi manifestazioni artistiche nei conflitti del presente.
Dentro questo scenario, le richieste avanzate da ANGA restano ferme e articolate: l’esclusione immediata di Israele dalla Biennale, il rifiuto di collaborazioni con delegazioni e istituzioni israeliane da parte di artisti e operatori culturali, l’esclusione del Paese dalle programmazioni dei padiglioni nazionali e, infine, la costruzione di una pressione coordinata e continua sulle istituzioni, affinché la Biennale sia chiamata a dare una risposta concreta dopo mesi di silenzio.



