Un museo costruito per una sola opera. E un’opera che, per esistere, ha bisogno di 3.000 persone. A Tomioka, nella prefettura di Fukushima, sta prendendo forma uno dei progetti museali più insoliti degli ultimi anni. Si chiama Sea of Time – TOHOKU Museum e dovrebbe essere completato nel 2027 su una collina dalla quale si vede il Pacifico. L’architettura è affidata a Tsuyoshi Tane, mentre al centro dell’edificio ci sarà una sola installazione permanente: Sea of Time – TOHOKU dell’artista giapponese Tatsuo Miyajima.

Non sarà una collezione a raccontare Fukushima. Lo faranno 3.000 contatori LED, sistemati all’interno di un bacino d’acqua di 40 per 22,5 metri. Ogni dispositivo mostrerà una sequenza di numeri dal 9 all’1, per poi spegnersi al posto dello zero e ricominciare nuovamente dal 9. Ma la caratteristica decisiva è un’altra: nessuno dei 3.000 contatori avrà necessariamente lo stesso ritmo. La velocità di ciascuno è stata scelta da una persona che ha partecipato al progetto. Abitanti del Tohoku, persone coinvolte direttamente nella catastrofe e altre legate alla regione hanno deciso quanto velocemente dovesse scorrere il proprio conto alla rovescia. Il risultato sarà un paesaggio di migliaia di tempi differenti che scorrono contemporaneamente.
Un’opera nata dopo l’11 marzo 2011
Il punto di origine è il Grande terremoto del Giappone orientale dell’11 marzo 2011. Il sisma di magnitudo 9 e il successivo tsunami devastarono la costa del Tohoku e provocarono l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Il bilancio indicato dal progetto Sea of Time è di 18.420 morti e dispersi. Miyajima iniziò a pensare all’opera nel 2015. All’origine c’era anche una domanda sul ruolo stesso dell’artista davanti a una tragedia di quelle dimensioni. Il giapponese, conosciuto internazionalmente per le installazioni realizzate con contatori digitali, ha definito il progetto una sorta di resa dei conti personale con l’impotenza provata di fronte al disastro naturale.


Da quell’impotenza è nata l’idea di non realizzare un monumento autonomamente, ma di costruirlo insieme agli altri. Nel corso degli anni Miyajima ha quindi incontrato le comunità del Tohoku attraverso workshop e momenti di confronto. A ogni partecipante è stato chiesto di scegliere la durata della sequenza numerica di uno dei LED e di associare a quella scelta un pensiero o un ricordo. Il linguaggio utilizzato da Miyajima non nasce però con Fukushima. Da decenni l’artista usa i contatori LED per riflettere sul tempo, sulla vita e sulla morte. La sua ricerca ruota intorno a tre principi: tutto continua a cambiare, tutto è connesso e tutto continua per sempre. Da qui deriva una delle caratteristiche ricorrenti delle sue opere: lo zero non compare mai.

I numeri procedono dal 9 all’1. Quando arriva il momento dello zero, il display diventa buio. Poi la sequenza ricomincia. Non è quindi un conto alla rovescia verso una conclusione, ma un ciclo. In Sea of Time – TOHOKU questo meccanismo assume inevitabilmente un significato ulteriore. I 3.000 punti luminosi si accendono, cambiano, scompaiono per un istante e tornano visibili. La morte non viene rappresentata con un numero: corrisponde a un’interruzione della luce. L’opera non associa peraltro un LED a ciascuna vittima della tragedia. I 3.000 dispositivi corrispondono alle persone coinvolte nella sua realizzazione. È una distinzione importante: Miyajima non trasforma le vittime del 2011 in una statistica luminosa, ma utilizza il tempo dei vivi per costruire un luogo dedicato alla memoria dei morti.
Il mare che distrusse Fukushima resta davanti agli occhi
C’è infine una scelta architettonica che rende il progetto particolarmente delicato: dall’interno del museo si vedrà il Pacifico. Nascondere il mare sarebbe stato comprensibile. È dal mare che l’11 marzo 2011 arrivò lo tsunami che devastò la costa. Miyajima ha raccontato però di essere rimasto colpito, durante gli incontri con le comunità locali, dal rapporto degli abitanti con l’oceano. Nonostante le perdite subite, il mare non veniva descritto soltanto come una minaccia. Per generazioni era stato anche fonte di lavoro, cibo, paesaggio e identità. L’installazione crea così un confronto fra due mari: quello artificiale del grande bacino punteggiato dai numeri digitali e quello reale che continua oltre l’edificio. Il primo misura il tempo umano. Il secondo ricorda quanto quel tempo sia fragile.



