La decisione presa della giuria della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia di escludere dai premi i Paesi guidati da leader incriminati dalla Corte Penale Internazionale, ha scatenato una reazione immediata da parte del governo israeliano, che ha denunciato la scelta come un atto di boicottaggio.
Il Ministro degli Esteri israeliano ha pubblicato sui social una risposta dura, accusando la giuria – presidiata da Solange Farkas e composta da Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi – di aver trasformato la Biennale “da uno spazio artistico aperto fatto di idee libere e illimitate, in uno spettacolo di falsità e indottrinamento politico anti-israeliano”. Alla polemica istituzionale, si sono aggiunte le parole dell’artista che rappresenterà il Paese, Belu-Simion Fainaru, che ha contestato apertamente la decisione. Fainaru – che in passato ha ribadito la propria contrarietà ai boicottaggi culturali – ha sottolineato come questa scelta contribuirà solamente ad alimentare il clima di tensione e ostilità che già si respira intorno all’evento, andando oltretutto a creare una situazione di squilibrio che colpirebbe soltanto il Padiglione Israele. Ha inoltre sollevato un problema di coerenza, evidenziando come altri Stati, attualmente coinvolti in conflitti, non abbiano subito la stessa discriminazione.

La giuria ha motivato la propria posizione richiamando la difesa dei diritti umani e definendolo come un atto in linea con la visione curatoriale di Koyo Kouoh. Il riferimento riguarda in particolare due mandati di arresto emessi nei confronti dei leader Vladimir Putin nel 2023 e Benjamin Netanyahu nel 2024, in relazione alla guerra in Ucraina e alle operazioni militari a Gaza. Da qui la scelta di non ammettere Russia e Israele alla competizione per i Leoni, pur mantenendo la loro presenza all’interno dei padiglioni espositivi.
Questa presa di posizione, ad oggi, non sembra aver trovato una soluzione. La Biennale infatti ha ribadito che non può procedere all’esclusione dei Paesi partecipanti dalla premiazione, rifiutando nuovamente ogni forma di censura. Allo stesso tempo, ha sottolineato come le dichiarazioni della giuria rappresentino posizioni autonome. Nel frattempo, il dibattito si è allargato anche al mondo dell’arte e della politica internazionale. Diverse lettere aperte, firmate da artisti e operatori culturali – inclusi alcuni partecipanti alla stessa Biennale – hanno chiesto l’esclusione di Israele, Russia e Stati Uniti. Sul fronte opposto, alcune istituzioni europee hanno espresso perplessità soprattutto sulla presenza russa, arrivando a minacciare con possibili conseguenze economiche e il ritiro dei finanziamenti.

Ad aumentare il cima di tensione si è aggiunto il Ministro della Cultura Alessandro Giuli che ha manifestato il proprio dissenso rispetto alla gestione dell’evento, guidato da Pietrangelo Buttafuoco, soprattutto per quanto riguarda il “caso Russia”. Giuli quindi non sarà presente alle giornate di pre-apertura e alla cerimonia inaugurale. Secondo quanto emerso nelle ultime ore però, si sarebbe delineata una soluzione per quanto riguarda il Padiglione Russia, che sarà accessibile solo durante i giorni di pre-apertura (dal 5 all’8 maggio), per poi rimanere chiuso al pubblico durante il resto della manifestazione. Come riportato da Open, questa scelta sarebbe maturata durante le ultime settimane grazie ad un confronto tra Buttafuoco, il direttore generale della Biennale Andrea Del Mercato e la responsabile del Padiglione russo Anastasia Karneeva.

Questa situazione restituisce l’immagine di un contesto attraversato da profonde fratture da un lato le istituzioni, impegnate a difendere il principio di inclusione culturale; dall’altro le giurie e la critica, sempre più chiamate a interrogarsi sul valore politico delle proprie scelte; e infine la sfera internazionale, che esercita una pressione crescente sugli equilibri dell’arte contemporanea.


