«Between what I see and what I say / between what I say and what I keep silent…»: la poesia, scrive Octavio Paz, nasce nell’intervallo, nella stessa zona di sospensione in cui si colloca Intermezzo, l’intervento site-specific di Allegra Hicks nella chiesa del Purgatorio ad Arco, luogo simbolico della devozione popolare napoletana, curata da Adriana Rispoli e in collaborazione con PROGETTO MUSEO, che sarà visibile al pubblico fino al 30 marzo 2026. Il titolo, già di per sé, appare come una dichiarazione di intenti: intermezzo inteso come condizione di attesa, pausa carica di tensione, spazio liminale in cui gli opposti non si escludono ma si sfiorano.

L’artista si immerge negli antri barocchi della chiesa con la consapevolezza che l’arte non vive in astratto, ma nel rapporto vivo con lo spazio, con chi lo attraversa e lo rende vivo. Il luogo è invaso da un’imponente struttura a crochet e accompagnata da un suono ancestrale che richiama il corpo e la terra: tuttavia, il corpo è centrale, ma non spettacolarizzato, poichè è quello dell’artista, sottoposto al peso di cinquemila metri di cotone, a farsi misura di una pratica che è insieme resistenza e meditazione.
«Il filo non è solo materia, ma tempo sedimentato; la rete non è semplice metafora, ma struttura relazionale che rimanda a un disegno comune, fragile e interdipendente. In questa pratica lenta e reiterata, il gesto domestico si apre allo spazio sacro, e la casa, tradizionale luogo dell’invisibilità femminile, si espande fino a coincidere con l’altare» spiega la curatrice.


Nella trama di connessioni affiora un’immagine ambigua: il barlume di un feto, un possibile cordone ombelicale, fino alla presenza del cranio dell’artista come supporto artistico. Il crochet, tradizionalmente relegato alla sfera domestica e femminile, viene qui elevato a gesto artistico e politico. La manualità, nel modus operandi di Hicks, incrina le gerarchie tra arte e artigianato, tra pubblico e privato, tra produzione simbolica e lavoro di cura Intermezzo. La metafora è quella d un tempo lontano e sedimentato; la rete è struttura relazionale, fragile e interdipendente.


La lentezza del gesto reiterato diventa atto critico: la casa, luogo storicamente associato all’invisibilità femminile, si espande fino a coincidere con lo spazio sacro dell’altare. «L’installazione diventa così più che un oggetto una condizione: invita lo spettatore a sostare in uno spazio intermedio, dove i confini tra interno ed esterno, corpo e assenza, visibilità e pulsazione restano instabili. Ciò che rimane non è una risposta, ma l’esperienza di essere trattenuti in quell’intervallo, dove la vita persiste non come forma compiuta, ma come tensione» chiarisce Rispoli. Il risultato è quello di una poetica che va oltre i confini della performance materica, inscrivendo una profonda riflessione sul sacro, l’esistenza e la trasformazione.


