
«E tu, lenta ginestra/ che di selve odorate/ queste campagne dispogliate adorni/ anche tu presto alla crudel possanza/ soccomberai del sotterraneo foco» scriveva Giacomo Leopardi nel 1836, in quella che oggi più che mai, è metafora di una poesia che resiste, La ginestra: il poeta si era rifugiato a Torre del Greco per sfuggire all’epidemia di colera che stava devastando Napoli. Dalla finestra della villa in cui dimorava, il trambusto di un paesaggio arido, roccioso: ciò che però lo aveva colpito, era quel piccolo fiore giallo che, in un tempo in cui la vita sembrava essersi fermata, gentilmente esisteva.
Nell’esposizione La Ginestra e il Vesuvio, visibile sino al 19 ottobre presso l‘Istituto Italiano di Cultura di New York, Allegra Hicks, con la delicatezza che da sempre contraddistingue la sua arte, racconta di quella natura paradossale e dicotomica, che annienta per creare bellezza.


Attraverso le otto opere esposte, tra arazzi, ricami e sculture, l’artista ci ricorda che l’atto creativo, così come la natura, presuppone un innato senso di distruzione: dai tagli di Lucio Fontana alle combustioni materiche di Alberto Burri, dalla cancellatura di Emilio Isgrò alla fragile interezza delle sue ginestre, vittime consapevoli dello «sterminator Vesevo».
Eppure, animo indiscusso nei lavori della Hicks, è quel ciclo perpetuo e inspiegabile di morte e rinascita insito nell’universo: la ginestra diventa simbolo di resilienza, non ha alcuna arrogante pretesa di ritenersi immortale, non come l’uomo che «d’eternità s’arroga il vanto». Una consapevolezza quasi invidiabile, di chi sa che prima o poi dovrà arrendersi alla lava del vulcano e che, nonostante tutto, resiste e abbraccia quel destino inevitabile e crudele.
Il percorso espositivo de La Ginestra e il Vesuvio
Come afferma l’artista, il lavoro presentato «è una risposta intima alla natura: in questa mostra, scelgo di accoppiare la capacità della natura di annientare alla sua potenza generativa». L’itinerario si snoda nei due ampli spazi dell’Istituto: un arazzo di grandi dimensioni raffigura la ginestra esplodere dalla bocca del Vesuvio, tra quell’intimo confine di stasi e movimento, in contrasto con il devastante scenario dell’eruzione. Un trittico esplora poi il fiore da ogni sua effimera angolazione: la lava ricamata scende costante e minacciosa, ma la ginestra impassibile, rimane.


Nella Galleria Borghese un’installazione immersiva trascina i visitatori all’interno della bocca di un vulcano: quattro tele, dominate da lapilli incandescenti su sfondi scuri e sanguigni, creano un’atmosfera potente e suggestiva: al centro una ginestra in bronzo, ode al genio poetico leopardiano, indiscussa metafora del «fiore del deserto». Come straordinariamente accade nelle esposizioni di Allegra Hicks, la sua è un’arte che celebra la vita e la morte, dialetticamente ed eternamente intrecciate, affascinante metafora di una natura sì ferita, ma coraggiosamente viva e pronta a rifiorire, anche dopo un lungo inverno.
La Ginestra e il Vesuvio
Dal 2 Ottobre al 19 Ottobre 2024
Istituto Italiano di Cultura, New York


