La mostra Corpus Naturae, inaugurata il 13 settembre 2024 nel Padiglione 9B del Mattatoio di Roma, è un affascinante dialogo intergenerazionale tra le artiste Tomaso Binga, pseudonimo provocatorio di Bianca Pucciarelli Menna, scelto quando era impensabile che una donna fosse un’artista e María Ángeles Vila Tortosa. Curata da Benedetta Carpi De Resmini, l’esposizione esplora il filo conduttore che unisce le due artiste: il linguaggio delle piante e il profondo legame tra il corpo umano, in particolare quello femminile, e la natura, mettendo in risalto le connessioni tra l’arte e il mondo vegetale.

Le opere in mostra rappresentano una fusione di corpi e forme naturali, che sfidano le tradizionali strutture gerarchiche e patriarcali della società moderna. La figura di Tomaso Binga, pioniera dell’arte verbo-visiva italiana, è particolarmente rilevante. Fin dagli anni ’70, l’artista ha utilizzato il corpo come un mezzo espressivo per sfidare le convenzioni sociali legate al ruolo della donna nella cultura occidentale. Il suo lavoro, in cui il corpo si trasforma in linguaggio, riflette una profonda connessione con la natura. Un esempio significativo è l’opera dove le lettere del suo Dattilocodice diventano steli di fiori, unendo il corpo e il mondo vegetale in un’unica grammatica visiva. «Io ho fatto tutto un lavoro sul corpo – racconta Tomaso Binga – tant’è vero che ho un alfabeto fatto con il mio corpo nudo e la fotografa di questo alfabeto è stata Verita Monselles, che stava facendo in quel momento un lavoro vicino a quello che io avevo in mente. Volevo fare un lavoro sul mio corpo che diventava lettera e quindi diventava linguaggio proprio attraverso le posizioni che assumevo. Un corpo che diventa linguaggio, a sottolineare che il nostro corpo è il linguaggio, anche senza la parola, dall’espressione del viso, dai gesti, dai sorrisi o dai pianti già sappiamo chi siamo; anche gli altri lo sanno».

Dall’altra parte, María Ángeles Vila Tortosa, artista spagnola, con il suo Herbario doméstico esplora la dimensione domestica delle piante, evidenziandone il potere curativo e rigenerativo nella vita quotidiana. Le sue opere, frutto di anni di ricerca, comprendono più di cento elementi botanici raccolti e reinterpretati, trasformando le piante stesse in simboli corporei. In questo modo, la sua arte ridefinisce la relazione tra corpo e natura, creando una grammatica alternativa, dove le piante assumono il ruolo di protagoniste. Questo intreccio di linguaggi si ispira anche agli studi dell’archeologa Marija Gimbutas, che ha sottolineato il culto ancestrale della Terra come Dea Madre. «C’è un forte legame tra le piante e il corpo femminile – afferma Maria Angeles Vila Tortosa – e la storia ce lo conferma, fin dall’antichità c’è sempre stata un’inclinazione verso il sacro femminile».
Questa concezione ciclica e biocentrica dell’universo viene ripresa dalle due artiste per offrire una critica al moderno sistema capitalista, antropocentrico e patriarcale. La terra, infatti, è intesa come una matrice vivente, un’entità da venerare e proteggere. Il corpo femminile, nella sua capacità di accogliere e dare vita, diventa metafora della natura stessa, con le sue fasi di crescita, morte e rigenerazione

In questo contesto, l’opera di Vila Tortosa richiama la necessità di una riconnessione viscerale con la terra, mentre Tomaso Binga invita a riflettere sul potere del linguaggio visivo come strumento per sfidare le pratiche di dominio e sfruttamento. Le due artiste, nonostante le loro differenze generazionali, creano un dialogo che sottolinea la necessità di un ritorno a una visione più armonica e rispettosa del nostro rapporto con la natura.
L’ambientazione al Mattatoio, uno spazio storicamente associato alla mercificazione del corpo, rende la mostra ancora più significativa, ribaltando il concetto di corpo-oggetto e proponendo una visione di rigenerazione e connessione profonda con la natura.
L’ambientazione della mostra presso il Mattatoio di Roma, un ex-macello industriale, non è casuale. Questo spazio, storicamente legato alla mercificazione dei corpi animali, ribalta il concetto di corpo-oggetto che viene sovvertito dalla presenza di opere che celebrano il corpo femminile e il suo legame con la natura. Il corpo, da oggetto passivo di consumo, diventa soggetto attivo, simbolo di vita, rigenerazione e speranza. In particolare, l’allestimento fa eco a una delle opere storiche di Tomaso Binga, la Carta da parato, che viene reinterpretata da Vila Tortosa attraverso la creazione di una carta da parati costituita da stampe vegetali, creando una continuità tra passato e presente, tra linguaggio visivo e mondo naturale .


I numerosi Dattilocodici di Tomaso Binga dialogano con Herbario doméstico di María Ángeles Vila Tortosa, un’opera monumentale realizzata negli ultimi anni con più di cento elementi. Diversamente da quanto accade nell’opera di Tomaso Binga, dove il corpo diventa linguaggio e poi elemento vegetale, nell’opera di Vila Tortosa sono le piante a diventare corpo e a creare una diversa grammatica.
La mostra Corpus Naturae non è solo una celebrazione del legame tra corpo e natura, ma anche un invito a riflettere su temi di grande attualità, come la crisi ecologica e la necessità di una maggiore consapevolezza ambientale. Le opere esposte suggeriscono una visione del mondo in cui gli esseri umani non sono dominatori della natura, ma parte integrante di un ciclo più grande e interconnesso. In questo senso, l’arte diventa un mezzo per sensibilizzare il pubblico su questioni cruciali, proponendo una riconciliazione tra uomo e natura attraverso la lente del femminile e del biologico.
La mostra rimarrà aperta fino al 13 ottobre 2024, offrendo numerose occasioni di approfondimento grazie a un ricco programma di eventi collaterali, tra cui una doppia intervista alle artiste e la pubblicazione di un catalogo con saggi critici.



