Il caso è scoppiato il 26 febbraio, quando il gruppo di attivisti “Art Not Genocide Alliance” ha lanciato un appello per l’esclusione di Israele dalla Biennale di Venezia, raccogliendo ben 12mila firme in soli due giorni. A questo ha fatto seguito una seconda lettera aperta, stavolta inoltrata dalle organizzazioni Woman Life Freedom Europe e Woman Life Freedom Italy, in cui si richiedeva l’allontanamento dell’Iran dalla grande mostra. In un clima internazionale teso, le petizioni hanno rappresentato l’innesco per una rinnovata polemica sul rapporto con i Paesi in questione, creando al tempo stesso lo spazio per una riflessione sulle relazioni tra arte e politica. Nel groviglio di schieramenti e ideologie che ne è risultato, la Biennale ha provato a mettere un punto.

“In merito alla partecipazione all’Esposizione Internazionale d’Arte di Paesi presenti nei Padiglioni ai Giardini, all’Arsenale e in città – si legge in una nota – la Biennale di Venezia precisa che tutti i Paesi riconosciuti dalla Repubblica Italiana possono in totale autonomia richiedere di partecipare ufficialmente. La Biennale, di conseguenza, non può prendere in considerazione alcuna petizione o richiesta di escludere la presenza di Israele o Iran dalla prossima 60. Esposizione Internazionale d’Arte (20 aprile – 24 novembre 2024)”.

Questa la posizione della Biennale in risposta alle petizioni: nessuna esclusione. Ma il caso della Russia, esclusa nel 2022 per la guerra in Ucraina, è ancora troppo fresco. Anche su questo, infatti, la Biennale ha reputato necessario esprimersi: “la chiusura del Padiglione della Russia alla 59. Esposizione Internazionale d’Arte 2022 è stata decisa dal Commissario e dal Curatore nominati dal Ministro della Cultura della Federazione Russa, che ha comunicato che non parteciperà alla prossima 60. Esposizione Internazionale d’Arte”, ha ricordato in una nota.
Se nel 2022 furono quindi i partecipanti russi stessi a estromettersi dalla manifestazione, la decisione di quest’anno appare in linea con la politica di allora, e cioè di non provvedere ad alcuna esclusione. Se non fosse che, a seguito del ritiro della Russia, la Biennale rifiutò ufficialmente “ogni forma di collaborazione – si legge in una nota del 2 marzo 2022 – con chi ha […] attuato o sostiene un atto di aggressione di inaudita gravità – in quel caso, la guerra in Ucraina -, e non accetterà pertanto la presenza alle proprie manifestazioni di delegazioni ufficiali, istituzioni e personalità a qualunque titolo legate al governo russo”. Una posizione che conta anche dei precedenti nella storia della manifestazione. Per quasi trent’anni, dal 1968 al 1993, il Sudafrica venne escluso dalla mostra per motivi umanitari: era il tempo dell’apartheid.

La Biennale ha anche ricordato come la Palestina, non riconosciuta dall’Italia, sia presente “fra i 30 Eventi Collaterali approvati dal Curatore Adriano Pedrosa, in totale autonomia e a suo insindacabile giudizio artistico”. Ma, di fronte alla necessità di prendere posizione a seguito delle petizioni che l’hanno investita nei giorni scorsi, la Biennale ha scelto di porre l’accento sul requisito di “Paese riconosciuto dalla Repubblica Italiana” come dato insindacabile per la partecipazione alla mostra.


