Woman Life Freedom richiede l’esclusione dell’Iran dalla Biennale

Dopo le polemiche su Israele, Woman Life Freedom chiede di estromettere l'Iran, reo di perpetrare violenza inaudita nei confronti delle donne

Le organizzazioni Woman Life Freedom Europe e Woman Life Freedom Italy, organi indipendenti e no-profit che rappresentano le voci delle donne iraniane in Europa e in Italia, hanno richiesto l’espulsione dell’Iran dalla Biennale di Venezia. Cavalcando l’onda di questi giorni – con l’Art Not Genocide Alliance che ha richiesto l’estromissione di Israele dalla manifestazione – quest’ultimo ennesimo appello, si pone con lo scopo di lanciare un messaggio politico forte e chiaro. Anche questa volta la lettera, a nome «degli artisti dissidenti e del popolo iraniano perseguitato», è stata firmata da personalità del mondo della cultura, tra cui diversi italiani. Tra questi l’artista iraniana Shirin Neshat, Joseph Kosuth, la regista Marjane Satrapi, l’avvocata Nobel per la pace Shirin Ebadi, il regista Nanni Moretti, il musicista Davide Toffolo, i curatori Luca Massimo Barbero e Chiara Bertola.

La nota segue in realtà la precedente del 28 ottobre 2023 ed è stata recapitata in data odierna al Presidente della Biennale di Venezia Roberto Cicutto, al Direttore Generale e al CDA della Biennale al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani, al Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, al Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati Federico Mollicone e al Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Cosi come accade con le violenze di Gaza, questa volta il messaggio è indirizzato alla Repubblica Islamica dell’Iran che continua a perpetrare una «serie di atti di violenza disumani e indescrivibili specialmente contro le donne, contro i giovani che protestano pacificamente e contro gli artisti che non si allineano al regime».

Tutto quello che in questi giorni sta accadendo, è molto complesso e si inserisce in un discorso assai più ampio, di censura e di arte in cui quest’ultima – per quanto si cerchi romanticamente di renderla scevra – è pur sempre un atto politico. E forse, in questi ultimi tempi sopratutto, qualcosa sta davvero cambiando. E allora sarebbe lecito interrogarsi sulla storia di ogni singolo paese che partecipa a questa Biennale, dall‘Arabia Saudita, all‘Ungheria, alla Turchia e anche all’Italia, ovviamente ognuno con la sua diversa narrazione e altrettante motivazioni. Capire quanto l’arte possa essere democratico strumento di denuncia, libertà e ricordarci che non necessariamente un artista rappresenta il suo governo ma che comunque ogni silenzio è forma di complicità. E al di là del progetto di ogni padiglione, questa Biennale oggi più che mai ci ricorda che «siamo tutti stranieri».

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