Un furgone abbandonato lontano dal museo, le immagini registrate dalle telecamere, le tracce che potrebbero essere rimaste nell’abitacolo e una fuga che gli investigatori stanno cercando di ricostruire metro dopo metro. È da questi elementi che passa adesso la caccia ai responsabili del furto che nella sera di Ferragosto ha colpito il MuMe, portando via opere di Antonello da Messina di valore storico e artistico incalcolabile. Il recupero del mezzo ritenuto utilizzato dalla banda potrebbe rappresentare uno dei primi punti di svolta dell’inchiesta. Il furgone sarebbe stato individuato in un’area isolata e ora viene sottoposto agli accertamenti della Polizia scientifica. Impronte, materiale biologico e qualsiasi altro elemento lasciato dai responsabili potrebbero contribuire a dare un nome agli uomini ripresi durante l’azione. Ma il mezzo racconta soltanto una parte della storia. Gli investigatori devono soprattutto capire che cosa sia successo dopo l’allontanamento dal museo. Una delle possibilità prese in considerazione è che i ladri abbiano cambiato veicolo, trasferendo le opere su un’altra vettura per rendere più difficile seguirne gli spostamenti.

C’è poi un altro problema per chiunque abbia commissionato o realizzato il furto: la straordinaria riconoscibilità delle opere. Antonello da Messina è uno dei grandi maestri del Rinascimento italiano ed europeo e il numero dei suoi dipinti giunti fino a noi è relativamente limitato. Un’opera di questa importanza non può essere immessa normalmente sul mercato senza attirare immediatamente l’attenzione di musei, studiosi, case d’asta e forze di polizia specializzate. È questa una delle ragioni per cui i grandi furti d’arte seguono logiche differenti rispetto alla sottrazione di beni facilmente rivendibili. Il valore economico può essere enorme, ma la possibilità di trasformare immediatamente il capolavoro in denaro è estremamente ridotta. Le opere celebri diventano, paradossalmente, quasi impossibili da vendere apertamente proprio perché tutti sanno riconoscerle. Per gli investigatori diventa quindi essenziale comprendere non soltanto chi abbia materialmente compiuto il furto, ma anche quale potesse essere la destinazione prevista delle opere.

Il nodo della vigilanza
Accanto alla caccia ai responsabili si apre inevitabilmente il capitolo della sicurezza del museo. La sera del furto risultavano presenti quattro addetti alla custodia e la struttura disponeva di sistemi di allarme e videosorveglianza. Proprio la presenza di questi strumenti rende necessario ricostruire con precisione la sequenza degli eventi e verificare tempi e modalità della risposta. Gli investigatori stanno acquisendo testimonianze e informazioni utili a comprendere cosa sia accaduto nei minuti decisivi. Non si tratta soltanto di stabilire se un dispositivo abbia funzionato oppure no. Occorre verificare l’intera catena di sicurezza: accessi, segnalazioni, posizione del personale, procedure previste e tempi di intervento. È un passaggio particolarmente delicato, perché qualsiasi valutazione sulle responsabilità dovrà poggiare sugli accertamenti e non sulle supposizioni.


