Biennale, il caso dei fondi divide la politica: da Zaia a Calenda, il fronte contro Bruxelles si allarga

Dal Veneto al Parlamento, le reazioni superano gli schieramenti: c'è chi parla di «ricatto» e chi difende l'autonomia della cultura

La decisione della Commissione europea di raccomandare la revoca del contributo da due milioni di euro destinato alla Biennale di Venezia per la riapertura del Padiglione della Federazione Russa ha acceso un duro scontro politico in Italia. Se Bruxelles rivendica la necessità di tutelare i valori democratici e il rispetto del quadro sanzionatorio nei confronti di Mosca, dal mondo politico arrivano critiche trasversali ai metodi e alle motivazioni dell’intervento europeo. Tra i primi a intervenire è stato Luca Zaia. Il presidente della Regione Veneto ha definito «inaccettabile» la scelta della Commissione, sostenendo che «la cultura non si censura e gli artisti non sono soldati». Zaia ha quindi espresso pieno sostegno al presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco e ha chiesto al Governo di difendere la Fondazione, leggendo la decisione di Bruxelles come una ritorsione politica nei confronti di un’istituzione culturale.

Sulla stessa linea la sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, che ha parlato di una decisione «semplicemente inaccettabile». Per l’esponente della Lega il caso rappresenterebbe «la fine del diritto», perché un organismo politico come la Commissione europea avrebbe orientato l’operato di un ente tecnico, l’Eacea, prima ancora di un pronunciamento definitivo. Borgonzoni ha definito la vicenda «un ricatto economico» ai danni di una delle principali istituzioni culturali italiane, sostenendo che l’Italia debba rivendicare la propria autonomia nelle scelte artistiche. Più sorprendente è la posizione di Carlo Calenda, che pur mantenendo una linea di ferma condanna nei confronti della Russia ha criticato l’intervento europeo sul piano del principio. Secondo il leader di Azione, la cultura non dovrebbe essere trasformata in uno strumento di pressione politica e la revoca dei finanziamenti rischia di aprire un precedente problematico nei rapporti tra le istituzioni culturali e l’Unione europea. Una presa di posizione che evidenzia come il dibattito stia superando le tradizionali appartenenze politiche per concentrarsi sul tema dell’autonomia della cultura.

Il confronto, infatti, non riguarda più soltanto il Padiglione russo. La questione si è progressivamente trasformata in un caso istituzionale che mette a confronto due principi destinati a entrare in tensione: da una parte la libertà e l’indipendenza delle istituzioni culturali, dall’altra il diritto dell’Unione europea di subordinare l’erogazione dei propri finanziamenti al rispetto delle politiche comuni, comprese quelle legate alle sanzioni internazionali. Nel frattempo la Fondazione Biennale mantiene una linea prudente. In una nota ha ricordato di aver risposto a tutte le richieste avanzate dall’Agenzia europea per l’istruzione e la cultura (Eacea) e di attendere una comunicazione tecnica formale prima di valutare eventuali iniziative nelle sedi competenti. I programmi interessati, ha precisato, proseguiranno comunque, poiché il contributo europeo rappresenta solo una quota marginale del loro finanziamento. La vicenda è destinata a lasciare un segno anche oltre l’edizione 2026 della Biennale. Per la prima volta il rapporto tra diplomazia internazionale, sanzioni e libertà artistica si traduce in uno scontro diretto sull’accesso ai fondi europei, aprendo un precedente che potrebbe interessare in futuro molte altre istituzioni culturali del continente.