La decisione della giuria della Biennale Arte 2026 di escludere Russia e Israele dall’assegnazione dei premi non può essere letta come un episodio isolato. Piuttosto, rappresenta l’ultimo (forse) capitolo di una tensione strutturale che attraversa la storia della manifestazione: quella tra autonomia dell’arte e pressione del contesto politico. Così, per comprendere davvero la portata della recentissima decisione della Biennale di eliminare dai premi i due paesi, è necessario tornare a uno dei momenti più radicali della sua storia: la contestazione del 1968 che investì in pieno la Biennale di quell’anno. La 34ª edizione fu segnata da un clima di forti tensioni: la sera del 19 giugno, un corteo di artisti, ai quali si erano aggiunti studenti dell’Accademia di Belle Arti e alcuni giornalisti, fu caricato dalla polizia in piazza San Marco.


Figure di rilievo del sistema artistico di quegli anni, come Cy Twombly,Emilio Vedova, Enrico Baj, Titina Maselli, Mario Schifano, Carla Lonzi, Gillo Dorfles, Pietro Consagra, Arnaldo Pomodoro, Pino Pascali e Philippe King decisero deliberatamente e, insieme, di esporre le loro tele capovolte, o celate sotto gli imballaggi, coperti da slogan in tutte le lingue: “Sotto le condizioni presenti alla Biennale non vogliamo aprire la nostra esposizione“. Alcune mostre storiche non vennero nemmeno aperte. Nel Padiglione Centrale trovava spazio Linee della ricerca, un’esposizione di grande ambizione che riuniva figure chiave dell’arte del Novecento come Malevič, Duchamp, Calder, Rauschenberg e Gorky. Esemplare, fra tutti, il caso di Pino Pascali: l’artista rifiutò tanto la violenza della protesta quanto la repressione istituzionale, scegliendo di ritirarsi. In un telegramma dichiarava di non poter esercitare liberamente il proprio ruolo, schiacciato tra le intimidazioni degli studenti e quelle, opposte ma speculari, della polizia.

L’artista riconosceva la necessità di riformare l’impostazione di quel meccanismo, ma rifiutava sia la logica del gruppo come forza indistinta sia quella dello scontro ideologico. Le tensioni di quell’edizione affondavano le radici in una questione strutturale: il controllo dell’istituzione da parte dello Stato centrale, consolidato già durante il fascismo e mai realmente superato nel dopoguerra. La Biennale appariva così come un organismo poco autonomo, opaco nei criteri di selezione e legato a logiche politiche e di mercato. Le richieste avanzate dagli artisti – maggiore trasparenza, abolizione dei premi, fine delle vendite – miravano a scardinare proprio questo assetto.

Nulla fu invano, perchè grazie alla riforma del 1973 alla Biennale venne restituito un maggiore grado di autonomia: il 26 luglio di quell’anno infatti, il Parlamento approva il nuovo statuto dell’Ente. Vengono risconosiuti come nuovi Settori l’Architettura e la Televisione e viene istituito un Consiglio direttivo democratico di 19 membri, composto da rappresentanti del Governo, dei più importanti enti locali, delle maggiori organizzazioni sindacali, nonché da un rappresentante del personale, che elegge il Presidente e nomina i Direttori di Settore (Arti visive e Architettura, Cinema, Musica, Teatro).

Nonostante però il clima di conflitto, l’inaugurazione si svolse senza particolari incidenti e, poco prima della chiusura, ad ottobre 1968, furono comunque assegnati i Gran Premi: a Nicolas Schöffer e Bridget Riley per gli artisti stranieri, e a Gianni Colombo e Pino Pascali – scomparso appena un mese prima a causa di un tragico incidente e a soli 32 anni – per quelli italiani. Tuttavia, la portata della crisi fu tale che, negli anni successivi, la Biennale decise di sospendere i riconoscimenti, aprendo una lunga fase di ripensamento che si sarebbe conclusa solo nel 1986 con la loro reintroduzione. La manifestazione venne contestata dall’interno e spinta a ripensare se stessa, fino alla sospensione dei suoi strumenti più emblematici. Oggi, al contrario, la dinamica si capovolge. I riconoscimenti non vengono eliminati, ma concessi secondo criteri selettivi, spostando il conflitto dalla struttura ai suoi destinatari ma continuando a ignorare le problematicità di un intero sistema.


