Ink, quando abbiamo cominciato a dare alla gente ciò che vuole

Danny Boyle apre la Mostra del Cinema di Venezia con "Ink", il film su come il Sun di Rupert Murdoch ha cambiato il modo di fare informazione

Dare al pubblico ciò che vuole è una regola elementare per chi vende un prodotto, come per chi produce intrattenimento o per chi, nel complesso, si occupa di marketing. Nell’informazione, però, la sua applicazione spinge il comparto a chiedersi se un giornale debba raccontare ciò che il pubblico vuole sapere o ciò che ritiene importante che sappia. È chiaro, nel processo di selezione entra anche il lettore, con le sue curiosità, le sue abitudini e ciò che è disposto a leggere: d’altra parte, qualsiasi produzione editoriale vive in ragione di un “commitment” con il proprio pubblico. Il punto riguarda allora il peso che questo interesse assume nel processo attraverso cui un fatto viene selezionato, gerarchizzato e infine trasformato in notizia.

È intorno a questa domanda che ruota Ink, il nuovo film di Danny Boyle, scelto per aprire l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. La storia ci riporta al 1969, molto prima dei social network, del clickbait e degli algoritmi, quando Rupert Murdoch acquistò un quotidiano britannico in difficoltà, il Sun, e affidò a Larry Lamb il compito di trasformarlo in qualcosa che la stampa inglese non aveva ancora visto.

La rivoluzione del Sun di Murdoch, Boyle: «È un film attuale»

Murdoch, interpretato da Guy Pearce, vuole insidiare il Daily Mirror, allora gigante della stampa popolare britannica. Lamb, a cui presta il volto Jack O’Connell, costruisce il nuovo giornale partendo da un’intuizione tanto semplice quanto efficace: capire cosa interessa davvero ai lettori. Cambiano così le gerarchie delle notizie e, con loro, il linguaggio del quotidiano. Spazio al sesso, agli scandali, alla televisione, all’oroscopo, ai premi, a titoli capaci di colpire immediatamente. La celebre Page 3, con le sue ragazze nude, diventerà il simbolo più evidente di quella trasformazione. Il risultato è una rivoluzione editoriale e, soprattutto, commerciale. Il Sun arriva a superare i due milioni e mezzo di copie vendute. Ma Ink, tratto dalla pièce di James Graham, non guarda a quel successo soltanto come a un capitolo della storia della stampa britannica. Boyle vi riconosce l’inizio di una trasformazione molto più lunga.

«The Sun ha rappresentato la svolta che ci avrebbe portati dritti al presente dominato dai social e dalle big tech», ha spiegato il regista a Venezia. È forse qui che un film ambientato più di mezzo secolo fa diventa contemporaneo. L’idea di conquistare il pubblico intercettandone desideri, curiosità e impulsi precede di molto Facebook, X o Google. Sono cambiati gli strumenti e soprattutto la loro potenza, ma la competizione per l’attenzione era cominciata prima.

Rompere le regole

Nel racconto di Boyle c’è anche una componente di rottura con un sistema dell’informazione percepito come distante dai suoi lettori e dominato da gerarchie consolidate. Il regista, non a caso, evita di costruire Murdoch come il semplice antagonista della storia. «Non ho voluto farne un mostro», ha spiegato, ricordando come l’editore australiano fosse allora un outsider alle prese con un establishment britannico «molto chiuso e snob» e con un gigante come il Daily Mirror, espressione, secondo Boyle, di una cultura paternalistica.

Da questo punto di vista, il nuovo Sun rappresentò anche un tentativo di accorciare la distanza tra il giornale e il suo pubblico, mettendo in discussione l’idea che fosse soltanto la stampa a stabilire dall’alto ciò che meritava attenzione. Murdoch, sostiene Boyle, fu inizialmente «una boccata di aria fresca», capace di destabilizzare il perbenismo e di sfidare convenzioni che sembravano intoccabili. È anche dentro questa ambivalenza che Ink ricostruisce quella stagione: l’apertura verso interessi e linguaggi fino ad allora considerati poco dignitosi per un quotidiano convive con l’affermazione di un modello sempre più costruito intorno alla capacità di conquistare il lettore.

A Venezia Boyle avverte: «Sono tempi pericolosi»

A più di cinquant’anni di distanza, Boyle porta quella domanda dentro un sistema dell’informazione completamente diverso. «Sono tempi pericolosi», sostiene, indicando social, big tech e, all’orizzonte, anche l’intelligenza artificiale. E proprio mentre cambiano i soggetti capaci di decidere ciò che vediamo, il regista torna a una definizione quasi classica del mestiere: «C’è più che mai bisogno dei giornalisti che, a nome della comunità, facciano da guardiani al potere». Per Boyle, il punto sembra allora essere meno la sopravvivenza di un particolare modello di giornale che quella della funzione del giornalismo. «Il giornalismo libero e indipendente è una delle forze basilari di qualsiasi civiltà», ha detto, perché «ci vorrà sempre qualcuno capace di dire ai potenti che stanno sbagliando».

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