RESTI SUBACQUEI DI ANTICHE CIVILTÀ

Tra archeologia, paesaggio e innovazione, l’Istituto Centrale per il Restauro porta avanti da venticinque anni una ricerca per conservare in situ i tesori sommersi del Mediterraneo

Per secoli, Baia incarnò il luogo per eccellenza dell’otium. Le sue ville lussuose, edificate intorno al lacus Baianus sin dagli inizi del I secolo a.C. e via via integrate, dal secolo successivo, nei palazzi imperiali sempre più sontuosi, trasformarono un paesaggio naturale di rara bellezza – coste gialle di tufo e verdi di vegetazione rigogliosa – in un’affollata riviera dedicata ai piaceri.

Le numerose sorgenti termali naturali attirarono l’élite tardo-repubblicana e imperiale; captate e irreggimentate, divennero piscine termali e terme. Le dimore suntuose sono corredate di peschiere per l’allevamento di pesci e di aree dedicate alla coltivazione delle ostriche. Questi resti monumentali sono parte dei 177 ettari di Area marina protetta in provincia di Napoli nel Parco Sommerso di Baia.

Il sito archeologico subacqueo è il principale laboratorio del progetto Restaurare sott’acqua. Ideato nel 2001 da Roberto Petriaggi, archeologo subacqueo e direttore del Nucleo per gli Interventi di Archeologia Subacquea (NIAS) dell’Istituto Centrale per il Restauro (Ministero della Cultura), il progetto propone una nuova visione: il principio ispiratore è la conservazione in situ come forma primaria di tutela, intervenendo direttamente sui manufatti nel loro contesto originario, senza alterarne la collocazione né il sistema di relazioni ambientali, così come indicato dalla Convenzione UNESCO 2001 per la protezione del patrimonio culturale subacqueo.

Questi principi fondativi ne orientano l’impostazione metodologica: sostenibilità degli interventi rispetto all’ecosistema marino; reversibilità e riconoscibilità dell’intervento conservativo; replicabilità delle tecniche in contesti differenti per tipologia, profondità e caratteristiche ambientali.

A venticinque anni dall’avvio, il progetto Restaurare sott’acqua ha prodotto risultati rilevanti sotto il profilo tecnico-scientifico in ambito nazionale e internazionale e propone un corpus metodologico per la conservazione in situ del patrimonio culturale subacqueo.


Restaurare sott’acqua project,
photo ICR – Gabriele Gomez de Ayala

I primi esperimenti sono stati avviati nel 2001 vicino Roma, a Nettuno, sulle vasche della peschiera romana della Villa di Torre Astura, e poi, a partire dal 2003, prima sotto la direzione di Petriaggi stesso, poi dal 2011 da chi scrive, il progetto è stato applicato al Parco Sommerso di Baia. Nella Villa con ingresso a protiro sono stati restaurati, nel 2003, un ambiente pavimentato con un mosaico a tessere bianche e, nel 2012, un ambiente decorato con un mosaico bianco e nero con motivi a esagoni pseudo-emblema con pelte. Nelle Terme dei Lottatori gli interventi hanno riguardato il calidarium (2009) e l’apodyterium (2018), quest’ultimo decorato da un mosaico bianco e nero raffigurante una scena con lottatori.Nella Villa dei Pisoni, inglobata in età neroniana nel palazzo imperiale, tra il 2005 e il 2009, sono stati restaurati un ambiente termale e strutture murarie di età adrianea, tra cui il muro sud-ovest del giardino (viridarium) con arcuazioni e semicolonne. Al Portus Iulius, nell’edificio con cortile porticato, sono state eseguite due operazioni di anastilosi su colonne in laterizio (2005 e 2015).

Il progetto ha acquisito così una dimensione internazionale più marcata, costituendo la base scientifica di alcune linee di ricerca presenti in diversi progetti finanziati dall’Unione Europea e di cui l’ICR è stato partner. Mi riferisco, per esempio, ai progetti: SASMAP (metodologie e strumenti per la pianificazione degli interventi di archeologia subacquea e per il recupero dei reperti fragili); i-MARECULTURE (uso della realtà aumentata e ricostruzione virtuale per la fruizione del patrimonio subacqueo); MUSAS-Musei di Archeologia Subacquea (valorizzazione in situ del patrimonio subacqueo mediante l’uso di nuove tecnologie, tra cui l’internet of underwater things), finanziato dal PON-CULTURA E SVILUPPO, ideato e diretto da chi scrive.

Emblematico in questo senso il progetto europeo del 2018 BLUEMED. Il progetto ha visto la Soprintendenza per le Antichità subacquee del Ministero della Cultura ellenico e il NIAS dell’ICR impegnati nello scavo archeologico e nel restauro della Villa romana dei dolia, sommersa nei pressi dell’antica Epidauro: nel corso dei lavori i restauratori greci sono stati formati da quelli italiani sui metodi di restauro in situ.

Parallelamente all’attività nel Parco Sommerso di Baia, Restaurare sott’acqua ha affrontato contesti diversi: il relitto dei sarcofagi di San Pietro in Bevagna (TA), i cannoni di età moderna di Cala Spalmatore (isola di Marettimo, Egadi), il relitto novecentesco di una barca da pesca nel lago di Bolsena.

L’ambiente subacqueo, come è facile immaginare, impone variabili fisiche, chimiche e biologiche diverse da quelle del restauro in laboratorio o a terra. Grazie a Restaurare sott’acqua, così, sono nate specifiche competenze: nella pulitura e conservazione dei manufatti, fino all’invenzione di strumenti per poter operare nei fondali.

Il Laboratorio di Indagini Biologiche dell’ICR, per esempio, ha consentito la caratterizzazione e la definizione del degrado biologico per ogni singolo monumento, fornendo informazioni per la progettazione dell’intervento conservativo e di protezione in situ.


Restaurare sott’acqua project,
photo ICR – Gabriele Gomez de Ayala

Nel Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra dell’Università della Calabria, invece, sono stati sperimentati prodotti protettivi per manufatti lapidei applicabili direttamente sui fondali. Ma anche nuovi strumenti per operare sott’acqua: utensili pneumatici per la pulitura delle superfici e l’iniezione di malte consolidanti, poi evoluti in dispositivi meccatronici adattabili alle diverse esigenze operative.

Per il recupero dei reperti fragili nel corso di scavi subacquei, si sono sperimentati supporti in fibra di carbonio, un materiale che unisce un’elevata resistenza meccanica a grande leggerezza e versatilità, consentendo interventi più sicuri, precisi e adattabili alle diverse condizioni operative.

L’esperienza di Restaurare sott’acqua contribuisce a ridefinire il quadro concettuale della conservazione dei beni culturali sommersi. Il restauro in situ non è semplicemente una variante tecnica del restauro tradizionale: è una scelta epistemologica che sposta il baricentro dell’interesse conservativo dall’oggetto isolato al paesaggio culturale integrato.


Restaurare sott’acqua project,
photo ICR – Gabriele Gomez de Ayala

Il manufatto sommerso viene così restituito alla propria dimensione relazionale. Il restauro in situ si configura così come una pratica di valorizzazione culturale nel senso più pieno del termine: preserva la dimensione ambientale, topografica e percettiva del sito archeologico sommerso, restituendo al pubblico e alla comunità scientifica una visione integrale dei luoghi.

In questa prospettiva, il patrimonio non viene più comunicato come una collezione di frammenti isolati e decontestualizzati, ma come un sistema integrato di memorie e significati, dove le architetture, gli oggetti, il paesaggio naturale e i processi di trasformazione storica coesistono in una narrazione unitaria.

Dopo venticinque anni, Restaurare sott’acqua continua a evolversi. Le sfide future riguardano la gestione degli effetti del cambiamento climatico sui siti sommersi, in particolare le variazioni di temperatura e della chimica delle acque, che modificano gli equilibri biologici e chimici dei manufatti, e l’integrazione tra metodologie conservative tradizionali, tecnologie digitali e strumenti di intelligenza artificiale per il monitoraggio e la documentazione.

Ulteriore obiettivo, non meno rilevante, è la formazione di nuove generazioni di archeologi e restauratori subacquei, professionisti che dovranno essere capaci di operare in un contesto interdisciplinare sempre più complesso.