Costruire è, secondo l’architetto Mario Botta, «un atto sacro, un’azione che trasforma una condizione di natura in una condizione di cultura», l’innato bisogno che con delicata irruenza induce l’uomo a confrontarsi, inconsciamente o meno, con il senso dell’eterno. Se il fatto architettonico determina la storia dell’umanità, con tutti i limiti che esso comporta, la riqualificazione dell’Ala Cosenza è sicuramente parte preziosa della storia fisica e morale di uno dei musei più importanti del nostro Paese, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. L’ampliamento fu fortemente voluto dall’allora direttrice Palma Bucarelli già nel 1956, che sapeva di essere alla guida di un museo del presente, capace di guardare al futuro con audacia e visione. Nel secondo dopoguerra, infatti, la sua direzione si concretizzò in un coraggioso presidio culturale e critico, che seppe tutelare e promuovere l’arte moderna e contemporanea in Italia. Sfortunatamente l’intervento rimase incompiuto, per ritardi nei finanziamenti, forte inflazione e per la morte dello stesso Cosenza nel 1984. Oggi, a distanza di decenni, la direzione del museo capitolino è affidata all’architetto Renata Cristina Mazzantini che dal 2024 guida l’istituzione con una visione di rinnovamento strutturale e museografico, portando con sé un approccio multidisciplinare. Se Bucarelli aveva immaginato un museo proiettato al divenire, pronto a sfidare il proprio tempo, Mazzantini ne ridefinisce i confini, lavorando sullo spazio come veicolo culturale e sull’architettura come strumento di lettura del presente. Mazzantini ha promosso, in variante, la creazione all’interno dell’Ala Cosenza di un centro studi – non previsto – proprio per accogliere adeguatamente gli archivi e la biblioteca della GNAMC.


Così accanto all’auditorium e alle sale espositive per mostre temporanee, Mario Botta ha previsto il nuovo Centro Studi insieme con tanto, tanto verde: sono questi gli elementi caratterizzanti dell’attuale operazione di recupero, voluta da Mazzantini, che portano la firma dell’architetto ticinese e preservano il valore storico della visionaria opera di Luigi Cosenza, tra i più importanti progettisti italiani del secolo scorso, configurando ancora una volta la GNAMC come un polo culturale polifunzionale e multidisciplinare, capace di produrre conoscenza, mostre e nuove forme di fruizione pubblica. L’incompiutezza, si sa, è una sfida delicata: ciò che manca racconta, ferisce, stimola. Così, nel suo imporsi allo sguardo pur dialogando armonicamente con il contesto in cui è accolto, il progetto di rinascita di un ambiente per decenni rimasto in disuso, è il testamento di un’idea che appartiene al territorio, che a sua volta, con la sua storia e la sua memoria, appartiene all’opera. In questa correlazione simbiotica, intrisa in un’architettura che privilegia il silenzio pur continuando a generare luoghi, c’è la conferma di un pensiero, ancora una volta destinato a durare, e di un passato che finalmente riaffiora nella sua forma più autentica. Il contesto circostante del museo romano non funge da semplice sfondo, ma riesce a trovare nell’opera una sintesi di autocoscienza. Quella di Botta infatti, è una visione relazionale e non oggettuale di una logica del costruire che rilegge e ricompone un patrimonio latente, con la profonda consapevolezza di chi quel secolo passato lo conosce intimamente, ed ora traduce una lacuna storica in viva presenza.
Nel progetto di riqualificazione dell’Ala Cosenza come ha affrontato il confronto con la storia dell’edificio e in che modo le sue scelte progettuali mirano a preservare e reinterpretare l’identità originale?
Il progetto di Luigi Cosenza, concepito molti anni fa, appartiene oggi sia alla storia dell’architettura sia alla storia del cantiere, essendo stato cantierato fino all’attuale situazione di stallo che offre una sorta di reperto archeologico di un progetto incompiuto. In esso era però chiarissima l’impostazione dell’impianto di Cosenza, che abbiamo ritenuto importante conservare e tutelare, in particolare l’idea di offrire uno spazio espositivo supplementare alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Il principale problema è stato l’assenza delle risorse economiche necessarie, che ha reso indispensabile una rilettura del progetto alla luce di quanto era già stato realizzato in cantiere. Abbiamo quindi cercato di interpretare lo spirito originario di Cosenza, caratterizzato da una grande chiarezza d’impianto, e di riadattarlo alle esigenze contemporanee e all’evoluzione dell’idea museografica maturata nel corso dei lunghi anni di interruzione. Da un lato, dunque, il recupero di un progetto storico; dall’altro, la necessità di confrontarsi con un cantiere interrotto che offriva già una parte della costruzione eseguita. Da questa premessa è nata l’idea di rileggere criticamente l’impianto di Cosenza e di attualizzarlo alle esigenze odierne.
L’introduzione del Centro Studi rappresenta una novità significativa rispetto ai progetti originari: quali criteri hanno orientato la definizione di questo nuovo spazio e in che modo la sua presenza dialoga con gli altri?
L’impianto di Cosenza può essere sintetizzato in due elementi principali: la cosiddetta manica lunga, concepita come spazio espositivo, e l’auditorium, che non fu realizzato per ragioni di tempo, di risorse economiche e di programmazione. Lo spazio espositivo presenta oggi lo scheletro strutturale già eseguito, mentre l’auditorium si configura come uno spazio ancora libero che, nel corso del tempo, ha assunto destinazioni d’uso diverse rispetto all’idea originaria di Cosenza, pensata come auditorium teatrale con pubblico. Da questa condizione è maturata l’idea di trasformare l’auditorium in uno spazio polivalente, capace di accogliere manifestazioni artistiche come le performance, il cui ruolo all’interno del museo è progressivamente cresciuto. Abbiamo quindi lavorato sulla definizione di grandi spazi liberi e coperti, dotati di tribune retrattili per il pubblico, in grado di modulare la configurazione fisica dello spazio e di renderlo idoneo alle diverse tipologie di manifestazioni.
Parla spesso di architettura come luogo di incontro. Come immagina l’incontro tra le diverse comunità che vivranno questo edificio: studenti, ricercatori, famiglie, artisti?
Questa visione rientra nella vocazione stessa dello spazio museale, che per sua natura si rivolge a un pubblico eterogeneo, portatore di interessi e obiettivi di ricerca differenti. Il progetto si fonda su un sistema articolato di spazi capaci di rispondere a questa pluralità. Al centro vi è una sorta di “biblioteca”, il centro studi, concepito come uno spazio altamente performante per il lavoro dei ricercatori, che possono sviluppare le proprie indagini in modo approfondito. Accanto a questo, il museo offre la possibilità di confrontarsi direttamente con materiali autentici, fondamentali per le attività di studio, ricerca e riflessione. Parallelamente, sono presenti anche spazi più astratti, dedicati alla ricerca teorica, che rappresenta una componente essenziale della missione museale. Ne emerge così un panorama di ricerche ampio e articolato, che oggi abbraccia numerosi ambiti disciplinari, includendo anche il restauro, inteso come disciplina complementare e strettamente connessa a quella museale.
E la luce che ruolo ha?
La luce è la grazia, fortuna o sfortuna dei musei. Senza luce non c’è spazio, qualità espositiva. Ci sarà sicuramente da lavorare in funzione della luce artificiale, poiché un museo vive anche nelle ore notturne. Faremo capo a una tecnologia che è abbastanza performante e già sperimentata in altri musei e faremo in modo che la luce diventi protagonista anche dei nostri spazi.
Cosa esprime l’architettura oggi?
L’eredità del lavoro di Luigi Cosenza rappresenta un patrimonio prezioso. Da questo punto di vista la GNAMC ha la possibilità di esprimere un nuovo spazio attraverso la memoria di un luogo che oggi appare diverso da come era stato concepito alcuni decenni fa. Ci confrontiamo con la storia di una memoria recente, ed è una novità per noi architetti, abituati a misurarci con una memoria lontana: qui, invece, la memoria risale a pochi decenni fa e c’è un’eredità culturale con la quale dobbiamo necessariamente rapportarci: questo implica anche il coraggio di intervenire su sistemi che, nel momento in cui furono progettati, erano all’avanguardia, ma che oggi risultano in parte superati. L’architettura rimane così un luogo di confronto permanente tra il grande passato dei maestri che ci hanno preceduti e una contemporaneità che ci pone di fronte alla realtà dei conflitti che attraversano il mondo e ne definiscono le ragioni di vita.



