Perché l’AfD se la prende con il Bauhaus

Per il partito tedesco di estrema destra il Bauhaus è considerato estraneo alla tradizione nazionale. Ma il caso non è isolato: negli Stati Uniti anche Donald Trump ha fatto dell’architettura una questione di identità e di immagine del Paese

A quasi un secolo dalla sua chiusura, il Bauhaus è diventato un tema della politica tedesca. A pochi giorni dalla vittoria, Alternative für Deutschland (AfD) lo ha portato nella campagna elettorale in Sassonia-Anhalt, lo stato dove si trova Dessau, sede dell’edificio più celebre della scuola fondata da Walter Gropius. Per alcuni esponenti del partito di estrema destra il Bauhaus sarebbe infatti «non tedesco», lontano dalla tradizione nazionale e rappresentativo di una modernità che la Germania dovrebbe smettere di celebrare.

La polemica riguarda solo in parte l’architettura. Il Bauhaus occupa un posto particolare nella storia culturale del Paese: nato nel 1919, negli anni difficili della Repubblica di Weimar, fu osteggiato dalla destra nazionalista e infine chiuso nel 1933, dopo l’arrivo dei nazisti al potere. Nel frattempo aveva elaborato un modo nuovo di concepire l’arte, il design e l’architettura, destinato a influenzare tutto il Novecento.

Che cos’era davvero il Bauhaus

Quando Walter Gropius fondò il Bauhaus a Weimar nel 1919, non stava creando un movimento architettonico nel senso in cui lo intendiamo oggi. Il Bauhaus era prima di tutto una scuola. Il suo progetto consisteva nel superare la separazione tra belle arti e arti applicate, facendo lavorare insieme artisti, artigiani e progettisti. La scuola organizzava laboratori dedicati al metallo, alla falegnameria, alla tessitura, alla tipografia, alla pittura e ad altre discipline. Vi passarono alcuni dei maggiori protagonisti delle avanguardie europee, da Paul Klee e Wassily Kandinsky a László Moholy-Nagy. L’obiettivo non era definire un unico stile, ma trovare forme adatte alla società industriale che stava prendendo forma.

Fu soprattutto negli anni di Dessau, dove il Bauhaus si trasferì nel 1925, che si consolidò l’estetica con cui viene identificato ancora oggi: geometrie essenziali, assenza di ornamenti, grandi superfici vetrate e largo impiego di materiali industriali. Anche gli oggetti dovevano rispondere alla stessa logica. Sedie, lampade, tessuti e mobili venivano progettati pensando alla loro funzione e alla possibilità di produrli industrialmente.

Dietro questa ricerca estetica c’era anche una questione sociale. Il design non doveva essere riservato a una minoranza, ma contribuire alla progettazione delle abitazioni e degli oggetti necessari alla vita moderna. È uno degli aspetti che nel tempo hanno favorito l’associazione tra il Bauhaus e la sinistra, anche se la storia politica della scuola fu meno lineare: Gropius cercò di mantenerla indipendente dai partiti, mentre con il direttore Hannes Meyer, marxista, alla fine degli anni Venti assunse un orientamento sociale più esplicito.

La scuola ebbe tre sedi e una vita breve. Dopo Weimar e Dessau si trasferì nel 1932 a Berlino, sotto la direzione di Ludwig Mies van der Rohe. Nel 1933 cessò definitivamente le attività. La dispersione dei suoi docenti, molti dei quali lasciarono la Germania, contribuì però a diffonderne le idee all’estero. Gropius approdò negli Stati Uniti e insegnò ad Harvard, Mies van der Rohe si stabilì a Chicago e Moholy-Nagy vi fondò alcuni anni dopo il New Bauhaus.

Che cosa vede l’AfD nel Bauhaus

L’offensiva dell’AfD parte da una lettura diversa di quella stessa storia. Hans-Thomas Tillschneider, deputato del partito nel parlamento della Sassonia-Anhalt e appartenente alla sua ala più radicale, nel 2024 definì il Bauhaus un «errore della modernità». Secondo Tillschneider, la scuola avrebbe rappresentato una cultura estranea ai concetti di patria e tradizione e quindi poco adatta a essere celebrata come elemento dell’identità regionale. Questa posizione è entrata anche nel programma politico dell’AfD. In Sassonia-Anhalt il partito ha proposto una «politica culturale patriottica» alternativa alla promozione del Bauhaus fatta negli ultimi anni dalle istituzioni locali. Tra i riferimenti da valorizzare maggiormente compaiono Otto von Bismarck e Friedrich Nietzsche, entrambi legati alla regione, insieme a una maggiore attenzione per la storia della Germania imperiale.

Il confronto riguarda quindi il posto da assegnare al Bauhaus nel racconto della storia tedesca. Agli occhi della destra radicale, la scuola concentra caratteristiche che contrastano con la sua idea di identità nazionale: l’internazionalismo delle avanguardie, la ricerca di linguaggi nuovi, il rifiuto di una tradizione estetica considerata immutabile e i rapporti che alcuni suoi esponenti ebbero con la sinistra. La definizione del Bauhaus come qualcosa di «non tedesco» ha inoltre un precedente storico difficile da separare dalla discussione attuale. Negli anni Venti la scuola era già stata attaccata dagli ambienti nazionalisti e conservatori, che la consideravano cosmopolita e politicamente sospetta. Nel 1925 dovette lasciare Weimar dopo un cambiamento politico nel governo della Turingia; nel 1932 i nazisti ne imposero la chiusura a Dessau. L’esperienza berlinese durò fino all’anno successivo.

Con l’AfD la questione è diventata più concreta perché a Dessau si trova la Fondazione Bauhaus Dessau, che è un’istituzione pubblica che riceve finanziamenti statali e gestisce un patrimonio conosciuto in tutto il mondo. La sua direttrice, Barbara Steiner, negli ultimi mesi ha espresso preoccupazione per le conseguenze che un governo regionale guidato dall’AfD avrebbe potuto avere sull’istituzione. I vertici del partito hanno poi assicurato che, in caso di vittoria, i finanziamenti non sarebbero stati tagliati. Rimane però il significato politico della campagna. La disputa sul Bauhaus permette all’AfD di spostare il confronto sull’identità culturale: quali periodi della storia tedesca valorizzare, quali modelli considerare nazionali e quale posto riservare alle esperienze che hanno costruito la modernità rompendo con la tradizione.

Il caso Bauhaus non è nuovo: l’architettura moderna non piace neanche a Trump

L’AfD non è l’unica forza politica ad aver trasformato l’architettura in un terreno di confronto sull’identità nazionale. Negli Stati Uniti lo ha fatto Donald Trump, intervenendo direttamente sull’aspetto che dovrebbero avere gli edifici pubblici federali. Una scelta apparentemente lontana dalle grandi questioni politiche, ma che parte dallo stesso presupposto: anche gli edifici contribuiscono a stabilire quale immagine un paese vuole dare di sé.

Trump era intervenuto sul tema già nel 2020, alla fine del suo primo mandato, con l’ordine esecutivo Promoting Beautiful Federal Civic Architecture. Il provvedimento indicava l’architettura classica e tradizionale come modello da privilegiare per gli edifici federali, contrapponendola esplicitamente ad alcune correnti moderne, tra cui Brutalismo e Decostruttivismo. Revocato da Joe Biden nel 2021, quell’indirizzo è stato ripreso da Trump al ritorno alla Casa Bianca, con una nuova iniziativa per orientare l’architettura civica federale verso forme classiche, tradizionali e legate al patrimonio regionale.

È qui che il caso americano incontra, pur con differenze sostanziali, quello tedesco. Trump interviene sugli edifici che lo Stato costruirà, mentre l’AfD mette in discussione il valore attribuito a un patrimonio che esiste da un secolo. In entrambi i casi, però, lo stile architettonico viene sottratto alla sola discussione estetica e inserito in un racconto politico: quali forme rappresentano la nazione, quali appartengono alla sua tradizione e quali, invece, ne restituiscono un’immagine considerata sbagliata. Il Bauhaus rende questo meccanismo particolarmente evidente. Le sue architetture erano nate proprio dalla volontà di abbandonare i linguaggi monumentali del passato e trovare forme adatte alla società contemporanea. A confrontarsi sono infatti anche due modi di rappresentare un paese: attraverso la continuità con un passato ritenuto fondativo oppure attraverso le rotture e le sperimentazioni che, nel corso della sua storia, ne hanno cambiato l’immagine.