“C’è una guerra contro la ricerca”. Dall’American Academy in Rome un appello per ripartire dalle humanities

Nel celebrare l'arrivo nella Capitale dei borsisti 2026-2027, il presidente dell'American Academy ha riflettuto in una lecture sulle ragioni che fanno della ricerca un pilastro del nostro mondo

«La guerra contro la ricerca dura ormai da venti mesi». È a partire dallo sfondo americano che Peter N. Miller, presidente dell’American Academy in Rome, ha cominciato la sua lecture “Why Research Matters?”, un evento riflessivo organizzato il 9 settembre per dare il benvenuto nell’istituzione capitolina ai 2026-2027 Rome Prize Fellows & Italian Fellows. Prima della serata, in cui è intervenuta anche la direttrice Aliza Wong, ora al suo ultimo anno in carica, Miller ha portato all’attenzione il valore intrinseco della ricerca, intesa come un’attività umana fondata su libertà, immaginazione, domande, intuizione e capacità di interpretare la complessità. Insomma, qualcosa in più rispetto al dato, al puro metodo scientifico.

La ricerca prima e dopo il «metodo scientifico»

Per spiegare perché la ricerca sia qualcosa di più del risultato che produce, Miller è partito dalla sua natura più elementare: «La ricerca è qualcosa che gli esseri umani fanno». E come ogni attività umana richiede determinate qualità, quelle che Lorraine Daston e Peter Galison hanno definito «virtù epistemiche»: le virtù necessarie, nelle parole di Miller, «per conoscere qualcosa».

La storia di questa attività porta direttamente a Roma. Miller ha richiamato il lavoro di Arnaldo Momigliano e il ruolo degli antiquari del Rinascimento, che, «circondati dalle rovine», misuravano, esploravano e raccoglievano. È anche per questo, ha sottolineato, che «Roma è stata uno dei primi luoghi della ricerca». Se nell’Ottocento la ricerca storica impara a usare le fonti come strumenti da interrogare, nel Novecento il concetto migra verso le scienze. Un passaggio che Miller individua in Karl Popper: il suo Logik der Forschung del 1934 – letteralmente, la «logica della ricerca» – diventa nell’edizione inglese del 1959 The Logic of Scientific Discovery. La parola «ricerca» scompare dal titolo, quasi a segnare il progressivo affermarsi della sua identificazione con la scienza e con il «metodo scientifico».

La seconda età si apre invece negli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale, con Vannevar Bush e un modello destinato a segnare i decenni successivi: il governo finanzia la ricerca di base, affidata soprattutto alle università, mentre quella applicata può svilupparsi anche altrove. Un sistema che per Miller ha rappresentato «un enorme successo» e che ha accompagnato non soltanto l’espansione scientifica americana, ma anche l’allargamento dell’accesso all’università e l’apertura del Paese a nuove generazioni di studiosi. È proprio questo equilibrio che oggi, secondo il presidente dell’Academy, si sta spezzando. La terza età della ricerca si apre infatti in uno scenario nel quale una parte crescente del lavoro potrebbe spostarsi dalle università verso il settore privato e l’intelligenza artificiale. Di conseguenza, tra i temi posti da Miller c’è la necessità di rintracciare il processo umano che la rende possibile.

Le humanities come risorsa

Dopo una terza età che tende a spersonalizzare le domande, Miller suggerisce la necessità di «rimettere le humanities nella storia della ricerca», recuperando ciò che un’impostazione troppo concentrata sui risultati tende a lasciare fuori. «Quando compriamo o prendiamo in prestito libri o articoli di ricerca, ciò con cui entriamo in contatto è il prodotto finito», mentre «il processo di ricerca dello studioso è generalmente invisibile». Persino la nota a piè di pagina non ne conserva che una forma «congelata, fossilizzata»: dietro quella traccia restano le domande iniziali, i vicoli ciechi, le strade percorse e poi abbandonate, in un lavoro che spesso richiede più tempo ed energie del risultato che arriva al pubblico.

Rimettere al centro «il produttore, il ricercatore, l’essere umano» permette invece di guardare alla ricerca come a una forma di creatività umana. «Una delle cose di cui si ha bisogno per fare ricerca è l’immaginazione», ha sottolineato, perché «quando si fa ricerca si cerca ciò che non è presente». Ed è qui che entrano in gioco anche gli artisti: Miller ricorda come già Ernst Mach avesse accostato il lavoro del ricercatore a quello dell’artista, entrambi sospesi tra disciplina e intuizione, ma guarda soprattutto alla pratica contemporanea: «Gli artisti fanno ricerca», osserva, anche se non necessariamente secondo i protocolli e le forme attraverso cui viene riconosciuta in ambito accademico.

È un punto particolarmente evidente all’American Academy, dove artisti e studiosi lavorano fianco a fianco. Miller richiama l’esempio dell’artista Rick Lowe, Rome Prize Fellow e fondatore di Project Row Houses, per mostrare come una pratica artistica possa nascere dall’osservazione, dall’indagine e dal coinvolgimento diretto con una comunità. Il valore delle humanities sta allora anche nella possibilità di riportare complessità e apertura dentro un sistema che tende a restringere il proprio campo per ottenere precisione e controllo. I grandi problemi sono «disordinati, ricchi», difficili da circoscrivere, ma proprio per questo capaci di produrre nuovi percorsi di conoscenza. E al centro di questi percorsi, per Miller, rimangono le domande: «È nelle domande che risiede davvero la creatività». Se un suo professore gli insegnò che «una buona domanda è metà della risposta», Miller oggi rilancia: «Penso che sia persino più di metà della risposta».

È su questo terreno che le humanities diventano anche una risorsa per misurare le possibilità dell’intelligenza artificiale. Non tanto chiedendosi quante risposte sia in grado di produrre, quanto se arriverà a formulare domande realmente generative. Per Miller sarà questo «uno dei segnali decisivi» per capire fin dove l’IA sarà arrivata, anche perché le domande umane restano profondamente individuali: «Le nostre domande sono personali come un’impronta digitale», plasmate dalla formazione e dall’esperienza con cui ciascuno mette in relazione elementi prima separati.

In questa prospettiva, la riflessione del presidente esprime come l’American Academy in Rome si pone nei confronti della ricerca: l’istituzione capitolina si presenta così ai nuovi residenti come un luogo in cui artisti e studiosi di discipline diverse condividono spazi, tempo e conversazioni senza essere chiamati necessariamente a produrre insieme qualcosa. E a tenere insieme questi elementi, in uno scenario che tiene conto di tutto ciò che osteggia la riflessione, è la necessità di una ricerca libera.