Alla conquista del mondo sommerso

Dalle profondità oceaniche ai data center subacquei, una genealogia del fondo come spazio di esplorazione, conflitto e infrastruttura

Questa storia comincia circa centocinquanta anni fa, quando il 21 dicembre 1872 la HMS Challenger, una piccola nave da guerra battente bandiera britannica, salpa dal porto di Portsmouth dando vita alla prima spedizione oceanografica, conclusasi solo tre anni dopo, nel maggio del 1876. Per permettere all’imbarcazione di sondare le profondità marine le sono lasciati solo due cannoni, mentre laboratori e cabine supplementari vengono aggiunti per ospitare microscopi e apparati chimici, reti per pesca a strascico, termometri e bottiglie per i campioni d’acqua, sonde e apparati per la raccolta di sedimenti del fondo marino.

L’obiettivo è scientifico: mappare le profondità, studiare le specie marine e comprendere la geologia oceanica. Fino a quel momento, l’abisso è considerato una distesa deserta e immutabile, la spedizione ribalta questa visione, scoprendo migliaia di nuove specie e i primi noduli polimetallici, che saranno poi alla base delle future operazioni di estrazione mineraria. Di lì a poco nasce anche la scienza della batimetria moderna che consente di misurare la profondità oceanica trasformando il mare da una superficie attraversabile a un volume da comprendere e abitare. Da “cosa di nessuno”, l’oceano comincia a diventare uno spazio ambito.


Trevor Paglen, Bahamas Internet Cable System (BICS- 1) NSA/GCHQ-Tapped Undersea Cable, Atlantic Ocean, 2015

Questo sentimento esplorativo è anticipato dall’immaginario narrativo: è il 1851 quando l’americano Herman Melville pubblica, forte della sua esperienza a bordo delle baleniere, il capolavoro Moby Dick. Il libro pone, con una densità tematica senza precedenti, l’accento sul mare come luogo dell’ignoto, spazio psicologico di esplorazione in cui terrore e curiosità si avvicendano aprendo a riflessioni di natura scientifica, religiosa e filosofica. Ma è forse il francese Jules Verne con il suo Ventimila leghe sotto i mari, romanzo fantascientifico pubblicato a due riprese tra il 1869 e il 1870, a testimoniare al meglio il clima che porta di lì a poco alle spedizioni vere e proprie attraverso le sue dettagliate descrizioni del sottomarino del capitano Nemo, il Nautilus, precorrendo il suo tempo e anticipando con grande precisione varie caratteristiche dei sottomarini successivi.

Qualche anno prima che la HMS Challenger salpi, un avvenimento apre la strada a questa storia: nel 1858 viene posato il primo cavo telegrafico transatlantico. Anche se quest’ultimo funziona solo per poche settimane, simbolicamente questo avvenimento contribuisce a trasformare l’oceano da spazio di separazione a connettore tra continenti. Da quel momento in poi le infrastrutture di comunicazione sottomarina si moltiplicano, nel XX secolo arrivano i cavi telefonici e poi la fibra ottica e oggi oltre il 95% del traffico internet globale passa da infrastrutture sottomarine.

In Deep Web Dive (2016), l’artista statunitense Trevor Paglen accoglie la sfida di fotografare l’invisibile, immergendosi a 21 metri di profondità al largo della costa di Fort Lauderdale, in Florida, alla ricerca dei cavi delle telecomunicazioni digitali la cui localizzazione esatta è nota solo alla NSA (National Security Agency). Con un’azione al contempo poetica, performativa e forense, Paglen restituisce matericità all’infrastruttura di Internet, sottraendola all’astrazione del linguaggio digitale e alla retorica immateriale del cloud.

Solo un anno dopo, l’artista francese di origine guyanese Tabita Rezaire, in Deep Down Tidal (2017), realizza un video con una finalità simile: osservare come l’infrastruttura dei cavi sottomarini in fibra ottica che trasferiscono i nostri dati digitali si sovrapponga alle rotte marittime coloniali. Queste traiettorie vengono ripercorse attraverso la storia della violenza perpetrata nei confronti delle popolazioni africane e più in generale, nere, chiedendosi in che misura le memorie di questi soprusi siano inscritte negli stessi fondali marini. L’opera indaga le complesse narrazioni cosmologiche, spirituali, politiche e tecnologiche intrecciate che scaturiscono dall’acqua e dai popoli che l’hanno attraversata, utilizzandola come interfaccia per comprendere l’eredità del colonialismo.

Ma la posa del primo cavo sottomarino dimostra anche una cosa fondamentale: chi controlla le reti controlla l’informazione, e chi controlla l’informazione controlla i conflitti. Quando scoppia la Prima Guerra Mondiale, una delle prime azioni della Gran Bretagna consiste nel tagliare i cavi telegrafici tedeschi nell’Atlantico, un gesto che anticipa le odierne forme di information warfare. In questo momento il fondale oceanico cambia nuovamente statuto, trasformandosi da infrastruttura di connessione in uno spazio di interdizione. Nascono così le mine navali, i sottomarini introducono una dimensione verticale del conflitto, il fondale e la colonna d’acqua diventano spazi tattici.

È però durante la Seconda guerra mondiale che emerge un’altra tecnologia destinata a diventare centrale: l’ascolto acustico subacqueo. La necessità di individuare i sottomarini porta allo sviluppo sistematico del sonar, tecnologie basate sulla propagazione del suono nell’acqua. Il fisico diventa sensoriale, il mare un ambiente attraverso cui è possibile raccogliere dati.

Con la Guerra fredda questa trasformazione si radicalizza ulteriormente. L’oceano diventa uno dei principali teatri della competizione tecnologica. La minaccia dei sottomarini nucleari, capaci di lanciare missili balistici, rende cruciale la capacità di monitorare costantemente le profondità oceaniche. Nascono così sistemi come SOSUS (Sound Surveillance System), immense reti di idrofoni posizionate sui fondali per captare le firme acustiche dei sottomarini. In questo periodo si consolida una continuità che arriva fino a oggi: le tecnologie sviluppate per scopi militari diventano spesso la base per infrastrutture civili successive.

Ed è in questo contesto che prende forma il programma AI for Social Good di Google, sviluppato in collaborazione con la NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) degli Stati Uniti, che dà vita a Pattern Radio: Whale Songs. La piattaforma sfrutta vaste quantità di registrazioni sottomarine per analizzare i canti delle balene, trasformando il mare in un archivio sonoro accessibile grazie all’intelligenza artificiale. Se, come ci ricorda l’artista italiano Pier Alfeo in opere come Ciò che resta (2023), i sonar possono disorientare i cetacei fino a causarne la morte, il progetto di Google apre a un’altra possibilità: quella di interpretare i linguaggi di queste specie e, forse, di immaginare nuove forme di connessione con loro.


Robertina Šebjanič, Echos of the Abyss, 2024, \photo MAO Made In

In Echoes of the Abyss (since 2024 – ongoing), l’artista slovena Robertina Šebjanič mostra inoltre come le tecnologie della guerra non scompaiono una volta terminato il conflitto, ma rimangono attive sotto forma di residui materiali e chimici. Le mine e le munizioni scaricate nei mari, spesso considerate per decenni come semplici scarti da occultare nello spazio apparentemente infinito dell’oceano, riemergono qui come testimonianze di una violenza lenta e diffusa, che continua ad agire sugli ecosistemi.

Il progetto si fonda su una ricerca che l’artista conduce nel Mar Baltico, e prosegue successivamente nel Mar Adriatico, indagando come gli ordigni inesplosi abbandonati sui fondali marini e non solo, rappresentino un importante pericolo ambientale. Con il passare del tempo, man mano che gli involucri corrosi si assottigliano, iniziano a rilasciare sostanze chimiche pericolose nelle acque, destabilizzando il delicato equilibrio tra il mondo umano e quello non umano. Il progetto mira, mediante installazioni multimediali, video, visualizzazioni di dati e sculture, a restituire visibilità a fenomeni impercettibili per dimensioni e portata.

Alle problematiche ecologiche dovute alla stratificazione storica si aggiungono inevitabilmente quelle derivanti dall’estrattivismo oceanico. Con lo sviluppo delle piattaforme offshore (in mare aperto), negli anni ’60 e ’70 l’industria petrolifera si sposta progressivamente verso acque sempre più profonde, spinta dall’esaurimento delle risorse terrestri. Questo passaggio è reso possibile dall’introduzione di nuove tecnologie: la robotica subacquea consente all’essere umano di operare in condizioni di pressione estrema e oscurità totale, trasformando il mare profondo in un cantiere industriale perenne.

A partire dagli anni 2000, l’attenzione verso l’abisso si sposta da petrolio e gas verso un nuovo tipo di risorsa: i minerali come i noduli polimetallici ricchi di nichel, cobalto e manganese, e le terre rare, fondamentali per batterie e tecnologie digitali. La domanda di questi materiali cresce con la cosiddetta transizione verde, cioè lo sviluppo di energie rinnovabili e veicoli elettrici. Per questo motivo, stati, grandi aziende e organismi internazionali iniziano a esplorare e regolamentare l’estrazione di queste risorse.

In Prospecting Ocean (2018), Armin Linke presenta una ricca coreografia di filmati inediti e materiali d’archivio appartenenti all’Istituto di Scienze Marine (CNR-ISMAR), spesso catturati direttamente attraverso sottomarini a controllo remoto, giustapponendo visivamente il fondale marino “naturale” ai macchinari utilizzati per estrarre minerali abissali per uso industriale. Esaminando gli apparati infrastrutturali che gestiscono i fondali marini, Linke decostruisce l’idea di un’economia blu basata sul mare e le politiche comunemente sostenute dai governi.

A partire dagli anni Dieci del Duemila, il mondo sommerso entra in una nuova fase della sua trasformazione: quella dell’infrastrutturazione digitale. Progetti sperimentali come Project Natick di Microsoft testano la possibilità di installare data center subacquei, sfruttando le basse temperature dell’acqua per raffreddare i server e ridurre i costi energetici. L’architettura “cloud” si rivela così come una realtà profondamente fisica, fatta di cavi transoceanici, server, minerali rari e ambienti estremi, dove l’oceano diventa al tempo stesso risorsa termica, spazio logistico e nuova frontiera per l’espansione del digitale.

Questa trasformazione solleva anche interrogativi ambientali, legati all’impatto termico sugli ecosistemi marini, alla manutenzione di queste strutture e alla progressiva privatizzazione di porzioni sempre più ampie dello spazio oceanico. Negli ultimi anni il substrato oceanico diventa il centro di nuove tensioni globali. Si discutono questioni di sovranità dei mari e di diritto internazionale, mentre le attività di estrazione mineraria sollevano crescenti preoccupazioni sull’impatto ambientale e sulla conservazione degli ecosistemi profondi, ancora in gran parte sconosciuti.

In risposta a questi rischi, scienziati, associazioni ambientaliste e organismi internazionali propongono moratorie sul deep sea mining per proteggere le specie e gli habitat ancora intatti. Anche in questo caso, gli artisti partecipano a queste mobilitazioni e talvolta impiegano le stesse tecnologie al centro delle problematiche ecologiche proponendo nuovi usi e visioni speculative all’insegna della biodiversità e della sostenibilità.

È il caso, ad esempio, degli Entangled Others, che in più lavori utilizzano l’intelligenza artificiale per immaginare possibili evoluzioni degli ambienti marini mediante processi generativi e di simulazione. In liquid strata (2024), opera realizzata in collaborazione con l’oceanografa Joan Llort, si osserva il fenomeno della “neve marina”, ossia la caduta di materia organica, che proviene dai rifiuti digestivi dello zooplancton e di altri organismi e che risulta di fondamentale importanza per il benessere dell’ambiente marino. Per mostrare sia la ricca biodiversità sia la complessità di questo fenomeno, l’opera propone un’esperienza in cui lo spettatore assume il ruolo di osservatore invisibile, grazie a una simulazione basata su principi di vita artificiale (a-life). La struttura frammentaria e in evoluzione dell’opera si sviluppa nel tempo, combinando rappresentazioni digitali con incisioni fisiche che tracciano le origini dei dati, i metodi di campionamento e le forme di vita coinvolte.

Proiettandosi invece verso la frontiera della speculazione spaziale, il collettivo IOCOSE concepisce Pointing Nemo. Oltre lo spazio verso gli abissi (2025). La mostra, ospitata negli spazi di CUBO Unipol a Bologna con la curatela di Federica Patti, indaga le prospettive del newspace, movimento di corsa alla conquista dello spazio, ponendo l’accento su Point Nemo, punto dell’oceano Pacifico più distante da qualsiasi terra emersa e utilizzato come “cimitero spaziale” per satelliti e altri oggetti spaziali a fine vita.

L’inaccessibilità del luogo contribuisce ad alimentarne il mistero, spingendoci a domandarci se effettivamente questo luogo sia totalmente inabitato. Con lo spiccato senso dell’ironia che li contraddistingue, gli artisti lo trasformano in una meta turistica esotica gestita da un’azienda finzionale, invitandoci a riflettere su come le retoriche della conquista spaziale si fondino in realtà sulla replica di dinamiche già ampiamente attuate sul globo terrestre.

Per certi versi, questa storia mostra il ripetersi di dinamiche ricorrenti: al fascino della scoperta di nuovi mondi si affiancano l’impulso alla conquista e lo sfruttamento delle risorse, alimentati dal crescente sviluppo tecnologico. In questo scenario, lo sguardo degli artisti, spesso in dialogo con la ricerca scientifica, assume la forma di un’immersione negli strati più profondi e meno visibili dell’ambiente oceanico. In queste profondità, il canto di una balena, la presenza silenziosa di un sottomarino o il luccichio di un minerale diventano occasioni per far emergere narrazioni alternative, capaci di affiancare quelle già iscritte nelle mappe con altre geografie.