Nel corso della vita ci sono idee che tornano, ma nel farlo cambiano e trovano nuove forme. È il caso di Diario veneziano, progetto ideato da Ilya Kabakov ed Emilia Kabakov nel 1993 in occasione della mostra collettiva Rendez(-)Vous al Museum van Hedendaagse Kunst di Gand, a cura di Jan Hoet, quando i due artisti di origine ucraina, naturalizzati americani, iniziarono a lavorare sulla scrittura collettiva e sul valore delle storie individuali. L’idea era quella di realizzare un’installazione a partire da oggetti appartenenti a persone reali, offrendo a chiunque la possibilità di portare il proprio “oggetto preferito” e raccontarne il significato. La risposta fu straordinaria. Il risultato, la creazione di una sorta di museo costruito attraverso questi oggetti e le storie a essi legate. A tre anni dalla scomparsa di Ilya Kabakov, Emilia Kabakov riprende oggi questa intuizione e la porta a Venezia, città con cui il loro percorso si è intrecciato più volte nel tempo. «Questa città racchiude molti ricordi personali importanti, risalenti alla mia prima infanzia – racconta Emilia – Mio padre, originario della Polonia, fin da bambino sognava di fuggire dall’Unione Sovietica e andare a Venezia. Il mio primo viaggio nella città lagunare è stato con Ilya ed eravamo innamorati, stavamo creando la nostra installazione e, nonostante il lavoro frenetico alla Biennale, tanti episodi divertenti e qualche problema, c’era quella sensazione di magia, di un sogno che si realizzava. Un paradiso, una città magica, dove tutto era possibile. Diario Veneziano è esattamente quello che il titolo suggerisce: io realizzo l’installazione e i cittadini di Venezia, per la prima volta nella storia della Biennale, creano la propria narrazione». La Serenissima entra così nell’opera come presenza attiva. Non una mostra su Venezia, ma con Venezia. Sono i suoi abitanti, circa 700, selezionati attraverso una call aperta a tutti – oggi chiusa, con una risposta sorprendente – a costruire il racconto. Dai più giovani a chi Venezia la abita da sempre, fino a chi è arrivato da altrove e ha trovato qui una forma di appartenenza. Anche artisti e scrittori che vivono e lavorano in laguna entrano in questo racconto diffuso, ampliandone i confini.



Ciascuno è stato invitato a scrivere una pagina di diario raccontando il proprio legame con la città e ad affidare alla mostra un oggetto personale capace di rappresentarlo simbolicamente. Il risultato è stato un’immagine fatta di memorie personali, storie intime e toccanti, legami quotidiani e appartenenze, che restituiscono la complessità viva della città. Un insieme eterogeneo di voci: storie diverse, per età, provenienza, esperienza, che si affiancano senza cercare un ordine, restituendone proprio la complessità. Presentato in concomitanza con la 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, il progetto, curato da Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate dal 9 maggio al 22 novembre 2026, si sviluppa in un dialogo tra città e Biennale, articolandosi tra il Padiglione Venezia ai Giardini, all’interno del progetto espositivo Note persistenti, curato da Giovanna Zabotti con Denis Isaia e Cesare Biasini Selvaggi e il piano nobile di Ca’ Tron, storico palazzo cinquecentesco affacciato sul Canal Grande e sede dell’Università Iuav di Venezia, trasformandolo in un dispositivo narrativo. «Questo spazio maestoso e storico è esattamente ciò di cui avevo bisogno – racconta l’artista – Gli oggetti ricevuti sono sistemati in vetrine, costruite da falegnami veneziani. C’è l’atmosfera di un vero e proprio museo, importantissimo per i veneziani: un museo delle loro speranze, dei loro ricordi e della loro vita quotidiana. Beni che non sono meno importanti e preziosi di vasi, di oggetti d’antiquariato e di dipinti delle collezioni riconosciute». Più che una semplice partecipazione, è un coinvolgimento reale: un modo per trasformare l’opera in uno spazio condiviso, costruito insieme, in cui la città non è rappresentata, ma si riconosce. Un tappeto rosso attraversa la sala espositiva, proprio perché il progetto artistico si propone di mettere al centro i veneziani che non appaiono mai sui red carpet, ma che, con il loro lavoro e impegno quotidiano, consentono a Venezia di continuare a essere viva. «I veneziani sono i protagonisti – afferma Emilia – È come una pièce teatrale; la storia ruota attorno a loro, ma ognuno ha il proprio palcoscenico, su cui è attore principale. Mi interessano loro. Le loro vite. Le loro storie. Vorrei che gli altri li vedessero e li ascoltassero. Voglio che gli artisti che vengono alla Biennale, e i veneziani stessi, si rendano conto di avere una comunità, cosa così rara al giorno d’oggi. E sento che a loro piacerebbe parlare, essere ascoltati e visti. Io realizzo l’installazione e i cittadini di Venezia, per la prima volta nella storia della Biennale, creano la propria narrazione».



Le storie che si trovano in mostra sono firmate solo con il nome di battesimo di chi le ha raccontate. Da un lato per mantenere la privacy di fronte a confessioni anche molto intime, dall’altro perché ciascuna storia è un “dono” per la comunità e, come ogni dono, richiede l’anonimato dell’atto altruistico. È anche una scelta che sottolinea la medesima importanza data a ogni storia e quindi, a ogni persona, senza gerarchie di sorta. È proprio in questo gesto, apparentemente semplice, che si concentra il nucleo più radicale del progetto: riportare l’attenzione sulle persone reali, in un momento in cui il rapporto con l’altro è sempre più distante e mediato dai dispositivi. «Abbiamo perso una qualità fondamentale che ci rende umani: l’empatia – continua l’artista – I nostri vicini, i colleghi, le persone da cui dipendiamo senza rendercene conto, sono proprio quelli che smettiamo di vedere, di ascoltare, di comprendere. Cerchiamo di risolvere problemi globali, di fermare le guerre, ma non capiamo che non esisterebbero se conoscessimo davvero chi ci sta accanto, nelle nostre città, nelle nostre strade. Se la Biennale di Venezia vuole continuare a esistere, deve guardare alla comunità dei veneziani e chiedersi come riesca a coesistere. Perché un evento sia davvero globale, bisogna prima assicurarsi che esista un mondo capace di esserlo. Non spezzare i legami culturali, ma rafforzarli». All’interno del Padiglione Venezia, il progetto si sviluppa come un tassello complementare, in dialogo con altre pratiche artistiche e con la visione curatoriale della Biennale Arte 2026, In Minor Keys, che invita a cogliere le dimensioni più intime e profonde della città. In questo contesto, Diario veneziano mette in relazione la Biennale con la città, concentrandosi in particolare su una categoria di abitanti: i creativi, le cui storie e i cui oggetti diventano segni di percorsi individuali e, allo stesso tempo, riconoscimento del loro ruolo nella costruzione dell’identità culturale contemporanea della città. Alla base del lavoro resta il dialogo con Ilya Kabakov, con cui Emilia Kabakov ha costruito per decenni un linguaggio condiviso, e con: «Ilya diceva sempre “Siamo una sola persona”», racconta Emilia Kabakov. Una collaborazione costruita nel tempo sull’amore, sul rispetto e sulla capacità di ascoltare – e di ascoltarsi – senza che le singole identità, forti individualmente, venissero meno, ma anzi trovando proprio in quella tensione una forma condivisa. «Tutte le nostre idee, che nascessero da lui o da me, a un certo punto diventavano un dialogo. A volte eravamo d’accordo, a volte no. Ma uno di noi aveva sempre ragione. Semplicemente, l’altro aveva il talento per riconoscerlo». Una presenza che resta, soprattutto nelle idee e nei concetti, che – come sottolinea l’artista – rimangono condivisi: «Continuiamo a lavorare insieme. E andiamo avanti entrambi. Solo che non possiamo vederlo. Ma per me lui è qui».

Photo: Ilya and Emilia Kabakov, Venetian diary, 2026, installation view, Ca’ Tron, Iuav University, Venice, courtesy Ilya and Emilia Kabakov Art Foundation, photo Osvaldo Di Pietrantonio


