Dal mare alla terra e dalla terra al mare

Progettare sulla costa, dove urbanistica e paesaggio ridefiniscono continuamente i propri equilibri. Intervista con l’architetto Guendalina Salimei

Se il viandante di Caspar David Friedrich contemplasse oggi la terra dal mare anziché il mare dalla terra, il sublime che ne deriverebbe sarebbe molto distante da quello romantico. Al posto di una natura sconfinata e indomita, si troverebbe davanti centinaia di chilometri di costa edificata: una distesa quasi ininterrotta di costruzioni che restituisce con evidenza l’impronta antropica incisa sul territorio negli ultimi secoli. Del resto, il sublime stesso custodisce nella propria etimologia latina l’idea del limite e ha poi inglobato nel suo sviluppo filosofico due concetti molto distanti tra loro. Una condizione analoga definisce oggi il Mediterraneo: non linea di separazione, ma soglia mobile dove terra e mare, natura e artificio, memoria e trasformazione convivono in un equilibrio sempre più instabile. Qui, più che altrove, la costa non è mai stata un semplice margine geografico. È stata approdo, infrastruttura, frontiera politica e culturale, spazio attraversato da commerci, migrazioni e conflitti. Oggi, di fronte all’urgenza climatica, alla pressione urbana e alle tensioni geopolitiche, questo territorio liminale torna al centro della riflessione architettonica. Non si tratta più soltanto di costruire lungo il mare, ma di ripensare margini, connessioni e forme dell’abitare dentro paesaggi in continua trasformazione, dove il cambiamento non rappresenta più un’eccezione ma una condizione permanente. Invertire lo sguardo – osservare la terra dal mare – significa allora prendere atto di questa complessità. L’architettura è chiamata a confrontarsi con sistemi stratificati, fatti di relazioni ecologiche, infrastrutture invisibili, memorie territoriali e mutazioni ambientali. Una riflessione che attraversa il lavoro di Guendalina Salimei, architetto e professore a La Sapienza Università di Roma, curatrice del Padiglione Italia alla Biennale Architettura 2025 con il progetto TERRÆ AQUÆ. L’Italia e l’intelligenza del mare. Fondatrice di T-Studio, Salimei affianca alla pratica progettuale una costante attività di ricerca e didattica, con un approccio che mette al centro il riuso, la rigenerazione e la trasformazione dell’esistente, spesso in contesti urbani e paesaggistici complessi o marginali. Il suo lavoro si concentra in particolare sul rapporto tra infrastrutture e paesaggio, e sulla capacità dell’architettura di costruire nuove relazioni tra città, territorio e ambiente, là dove la linea tra terra e acqua smette di essere un limite e torna a diventare uno spazio di possibilità.

Oggi cosa significa, concretamente, essere un architetto attento all’ambiente, andando oltre la retorica della sostenibilità?

Significa, in primo luogo, riconoscere che la nozione stessa di ambiente non può più essere ridotta a un insieme di vincoli o a un repertorio di buone pratiche tecniche, ma va intesa come una struttura primaria del progetto. L’ambiente è un sistema di relazioni, un dispositivo complesso in cui si intrecciano dimensioni ecologiche, infrastrutturali, culturali e politiche. In questo senso, l’architetto è chiamato a operare come interprete di processi, più che come autore di forme. Superare la retorica della sostenibilità implica spostare il discorso dal piano etico-declarativo a quello operativo e conoscitivo. La sostenibilità, oggi, non è un obiettivo ma una condizione di partenza, quasi un prerequisito implicito. Ciò che diventa centrale è la capacità di costruire progetti che siano informati da una lettura multilivello dei contesti: dai dati climatici alle infrastrutture invisibili, dai sistemi economici alle pratiche sociali. In questo quadro, il lavoro sui cosiddetti deep data – archivi, cartografie locali, saperi situati – diventa decisivo per restituire profondità al progetto. L’architettura, quindi, si configura come una pratica di mediazione: tra scala locale e globale, tra esigenze ambientali e trasformazioni urbane, tra permanenza e mutazione. Essere “attenti all’ambiente” significa assumere la complessità come materiale di progetto e lavorare per costruire nuovi equilibri, necessariamente dinamici.

Nell’ultima Biennale Architettura il Padiglione Italia indagava proprio il confine tra terra e acqua, inteso come una soglia fragile ma ricca di potenzialità. Che tipo di approccio richiede lavorare in questi territori?

I territori liminali richiedono un pensiero progettuale capace di mettere in crisi le categorie consolidate della disciplina. Non si tratta di operare semplicemente “sul bordo”, ma di riconoscere che quel bordo costituisce uno spazio autonomo, dotato di proprie regole, di una propria temporalità e di una specifica densità di significati. Il passaggio da limes a limen assume qui un valore paradigmatico: da linea di separazione a campo di relazione, da margine passivo a spazio attivo di progetto. Questi contesti sono attraversati da dinamiche instabili, oggi ulteriormente intensificate dalla crisi climatica. L’approccio progettuale non può quindi essere di tipo deterministico o prescrittivo, ma deve assumere un carattere adattivo e incrementale, capace di operare per scenari, per fasi, per approssimazioni successive. Il progetto si configura come un dispositivo aperto, in grado di accompagnare i processi piuttosto che fissarli in forme definitive. Nel lavoro sviluppato per il Padiglione Italia, la soglia terra-acqua è stata interpretata come una vera e propria officina progettuale, uno spazio di sperimentazione nel quale si rendono possibili nuove configurazioni insediative. Le proposte emerse – dalle reinterpretazioni dei waterfront come sistemi continui e accessibili, alla riconversione delle infrastrutture portuali in dispositivi multifunzionali, fino alla trasformazione delle opere di difesa in spazi pubblici abitabili – mostrano come questi margini possano diventare luoghi di innovazione. Ciò comporta un cambiamento significativo di scala e di linguaggio: l’architettura entra in stretta collaborazione con il paesaggio, con l’ingegneria, con l’ecologia, dando luogo a forme che non sono più soltanto oggetti costruiti, ma sistemi spaziali e processuali, capaci di evolvere nel tempo e di rispondere alla complessità dei contesti contemporanei.

La storia recente delle coste italiane è segnata da decenni di mancato rispetto del mare, caratterizzati da un intenso abusivismo edilizio, cementificazione selvaggia, ecomostri e uno sviluppo architettonico spesso incompatibile con l’ambiente. Progettare oggi significa sempre più lavorare con ciò che esiste. È ancora eticamente accettabile pensare a un’architettura ex novo?

La questione dell’architettura ex novo deve oggi essere riformulata alla luce delle condizioni materiali e culturali in cui operiamo. Non è più una questione di legittimità astratta, ma di pertinenza rispetto ai contesti. Il paesaggio costiero italiano – segnato da decenni di crescita disordinata, abusivismo diffuso e frammentazione – rende evidente la necessità di un ripensamento profondo delle pratiche progettuali, che non possono più fondarsi sull’idea di espansione ma su quella di trasformazione. Riuso, rigenerazione e riconversione assumono quindi un valore che va oltre la dimensione operativa: diventano strumenti critici, capaci di rimettere in circolo patrimoni esistenti – infrastrutture portuali dismesse, archeologie industriali, sistemi edilizi degradati – restituendo loro una nuova funzione all’interno della città contemporanea. Interventi su mercati ittici, stazioni marittime, capitanerie o dogane mostrano come edifici nati come dispositivi chiusi possano trasformarsi in nuove polarità urbane, aperte, ibride, capaci di ospitare attività culturali, sociali e produttive. Escludere completamente l’intervento ex novo sarebbe tuttavia riduttivo. Il punto è ridefinirne lo statuto: non più gesto autonomo e fondativo, ma parte di un sistema relazionale. L’architettura nuova deve essere in grado di attivare processi, di ricucire discontinuità, di costruire continuità tra città e mare. Può assumere un ruolo strategico, ad esempio, quando si inserisce nei sistemi di waterfront come elemento di connessione, o quando contribuisce alla riorganizzazione delle infrastrutture costiere in chiave sostenibile. L’etica del progetto si misura allora nella sua capacità di generare valore collettivo: non nella quantità costruita, ma nella qualità delle relazioni che riesce a innescare. L’architettura ex novo è accettabile – e necessaria – solo quando opera come catalizzatore di trasformazioni più ampie, contribuendo a ridefinire equilibri territoriali, ambientali e sociali.

L’intelligenza del mare, ci insegnava il Padiglione Italia, porta alla capacità di connettere non solo territori lontani, ma saperi, culture, economie. Oggi invece di incentivare questi scambi erigiamo barriere che ostacolano il dialogo. Dopo la Biennale è emerso qualche dato confortante?

L’esperienza del Padiglione Italia ha mostrato come la costruzione di un archivio dinamico – fatto di progetti, ricerche, cartografie, visioni – possa diventare uno strumento concreto per orientare le politiche e le pratiche future. L’idea di un osservatorio permanente sul rapporto tra terra e acqua va proprio in questa direzione: non tanto produrre soluzioni immediate, quanto costruire una base condivisa di conoscenza, capace di alimentare strategie integrate. Questo materiale, estremamente eterogeneo, ha evidenziato una crescente consapevolezza rispetto ai temi del mare, della crisi climatica, delle trasformazioni costiere. Ma soprattutto ha dimostrato che la conoscenza, quando è messa in relazione, produce valore. Il Public Program ha ulteriormente amplificato questo processo, costruendo un ambiente di dialogo tra saperi diversi – accademici, istituzionali, professionali – e generando un ecosistema dinamico di confronto. Se c’è un dato confortante, è proprio questo: la possibilità di costruire intelligenze collettive. Non una risposta univoca, ma una pluralità di approcci che, messi in relazione, possono generare nuove traiettorie progettuali.

Il Mediterraneo oggi è attraversato da tensioni ambientali, politiche e sociali sempre più forti, ma allo stesso tempo resta uno spazio di scambio e relazione. L’architettura può ancora avere un ruolo attivo in questo equilibrio o è destinata a rincorrere dinamiche più grandi di lei?

Il Mediterraneo è, per sua natura, un campo di forze prima ancora che uno spazio geografico: un sistema nel quale si sovrappongono tensioni ambientali – basti pensare all’innalzamento del livello del mare, all’erosione costiera, alla trasformazione degli ecosistemi – e tensioni geopolitiche, legate ai flussi migratori, alle economie portuali, alle reti infrastrutturali materiali e immateriali. In questo quadro, l’architettura non può evidentemente assumere un ruolo regolativo in senso forte, ma può esercitare una funzione decisiva sul piano interpretativo e operativo, costruendo dispositivi spaziali capaci di rendere leggibili queste complessità e, in alcuni casi, di orientarle. Il punto non è agire “sul Mediterraneo” in senso astratto, ma lavorare su quei luoghi in cui queste dinamiche si condensano: i margini, le soglie, i waterfront, i sistemi portuali. Sono spazi che, per lungo tempo, sono stati trattati come retro della città o come ambiti esclusivamente tecnici, mentre oggi si rivelano come le vere “prime porte” urbane, luoghi in cui si manifesta il rapporto tra economie globali e comunità locali. L’architettura mantiene quindi un ruolo attivo non perché controlla le dinamiche del Mediterraneo, ma perché contribuisce a costruire i luoghi in cui queste dinamiche diventano visibili, negoziabili, trasformabili. È una pratica situata, che lavora per connessioni: tra città e mare, tra infrastrutture e paesaggio, tra economie e comunità. Più che rincorrere i processi, li intercetta nei loro punti di maggiore intensità e li traduce in forme spaziali capaci di attivare nuove possibilità.


Armin Linke, Sea level rise at Kulili Plantation Village, Karkar Island, Papua New Guinea, 2017

Davanti al mare tutto sembra provvisorio, in movimento, mai definitivo. L’architettura può accettare questa condizione o ha ancora bisogno di stabilità?

Il confronto con il mare obbliga l’architettura a rimettere in discussione una delle sue categorie fondative: quella della permanenza. La stabilità, intesa come condizione assoluta e duratura, entra in crisi di fronte a fenomeni che operano su temporalità differenziate e non controllabili – l’erosione costiera, l’innalzamento del livello del mare, la trasformazione degli ecosistemi. Il progetto non può più ignorare questa instabilità strutturale, né contrastarla attraverso soluzioni esclusivamente difensive o tecnicistiche. Accettare questa condizione significa spostare l’attenzione dall’oggetto al processo. L’architettura si configura come un sistema aperto, capace di adattarsi, di modificarsi nel tempo, di incorporare il cambiamento come parte integrante della propria logica costruttiva. Ne deriva una revisione profonda dei linguaggi e delle tecniche: dispositivi flessibili, strutture reversibili, soluzioni ibride in cui architettura e paesaggio si sovrappongono e si contaminano. Ciò che resta stabile non è tanto la forma costruita, quanto un insieme di principi insediativi e di figure archetipiche che regolano da sempre il rapporto tra uomo e mare: l’approdo, la soglia, il porto, la linea di costa come spazio di mediazione. Queste strutture profonde, sedimentate nel tempo lungo le geografie mediterranee, costituiscono una sorta di grammatica resistente, capace di attraversare le trasformazioni senza perdere significato. La provvisorietà, allora, non è un limite ma una condizione operativa. Introduce nel progetto una dimensione temporale più articolata, nella quale permanenza e mutazione non si escludono, ma coesistono. L’architettura non rinuncia alla costruzione di senso, ma lo affida a sistemi capaci di durare proprio perché in grado di cambiare.

Tra i progetti che l’hanno resa nota ai più anche fuori dal settore, c’è quello del Chilometro verde di Corviale. Anche da lì, nelle giornate limpide, si può vedere in lontananza il litorale romano. Quanto il mare è ancora fonte di ispirazione per l’architettura?

Il mare oggi non è più, o non è soltanto, una fonte di ispirazione in senso estetico, ma un vero e proprio paradigma operativo del progetto. Nel caso italiano, la condizione peninsulare rende il rapporto tra terra e acqua una struttura profonda, che attraversa il territorio e ne orienta le forme dell’abitare, anche quando il mare non è immediatamente percepibile. Il Mediterraneo, in questo senso, agisce come una grande infrastruttura culturale ed ecologica, un sistema di relazioni che connette città, economie, paesaggi e pratiche sociali. È una presenza che informa il progetto non per immagini, ma per logiche: continuità, attraversamento, scambio, stratificazione. Anche in un progetto come il Chilometro verde al Corviale, apparentemente distante dal mare, questa dimensione è presente in forma latente. Corviale è un’infrastruttura abitativa che lavora sulla scala territoriale, un dispositivo lineare che attraversa il paesaggio romano e si confronta con l’orizzonte aperto della campagna fino al litorale. Nelle giornate limpide, è vero, la presenza del mare diventa visibile, ma ciò che è più rilevante è la sua presenza come struttura mentale: un limite mobile, un orizzonte che misura la profondità dello spazio. Il progetto del Chilometro verde introduce una dimensione paesaggistica che lavora per continuità ecologiche e percettive, ricucendo il rapporto tra l’edificio e il territorio circostante. Il mare non è un riferimento iconografico, ma una condizione culturale che orienta il modo di pensare lo spazio aperto, la relazione tra infrastruttura e paesaggio, tra abitare e ambiente. È una presenza che agisce in filigrana, suggerendo un’idea di progetto come sistema aperto, capace di mettere in relazione elementi distanti e di costruire nuovi equilibri tra città e territorio.