Tracciare gli oceani dell’Antropocene

Dalle rotte oceaniche ai flussi energetici globali, il collettivo Territorial Agency legge il pianeta attraverso le infrastrutture che ne trasformano territori ed ecosistemi

Attraverso progetti, telerilevamento satellitare e ricerche che intrecciano architettura, geopolitica ed ecologia, Territorial Agency lavora da anni sulle infrastrutture invisibili che organizzano il pianeta contemporaneo. Fondato a Londra da John Palmesino e Ann-Sofi Rönnskog, il collettivo osserva il mondo non per come appare, ma per come funziona: reti energetiche, corridoi logistici, piattaforme estrattive, flussi di dati e rotte oceaniche diventano così strumenti per leggere le trasformazioni dell’Antropocene. Le loro composizioni dinamiche non si limitano a rappresentare il territorio, ma rendono visibili le relazioni di potere e le interdipendenze che attraversano ecosistemi, economie e comunità. Tra i progetti più significativi c’è Oceans in Transformation, ricerca dedicata agli oceani come infrastrutture planetarie e spazi di conflitto ecologico, politico e tecnologico. Una riflessione che attraversa clima, tecnologia e geografie contemporanee, mettendo in discussione l’idea stessa di territorio stabile e invitandoci a guardare il pianeta come un sistema di relazioni in continua trasformazione.


Territorial Agency—Oceans in Transformation commissioned by TBA21-Academy

Se un tempo le rotte oceaniche erano legate alla scoperta e allo scambio, oggi sembrano sempre più associate a sfruttamento e controllo: è cambiata la nostra relazione con il mare?

Sì, completamente, perché abbiamo trasformato gli oceani. Non solo: è cambiato anche il modo in cui ci relazioniamo a essi. Abbiamo alterato le loro circolazioni, i sistemi chimici, la biologia stessa degli oceani. Viviamo in una fase in cui l’intensificazione dell’attività umana ha modificato l’intero pianeta, e l’oceano è il principale componente del Sistema Terra. Oggi siamo diventati il principale agente geologico. Nell’epoca dell’Antropocene, anche la nostra conoscenza degli oceani si espande continuamente, insieme alla consapevolezza della loro complessità.

Le vostre immagini mostrano oceani attraversati da traiettorie, flussi e dati: in che modo queste nuove visualizzazioni riscrivono l’immaginario delle rotte, da quelle storiche a quelle contemporanee?

L’immaginario contemporaneo dell’oceano è ancora quello dello sguardo mercantile: quello di chi è ossessionato dal fatto che il carico arrivi in porto in tempo per la transazione. In questa visione, il mare appare come uno spazio vuoto, piatto, semplicemente attraversabile. In realtà, abbiamo a che fare con un insieme estremamente complesso di molteplicità e interazioni materiali, e l’Antropocene segna il passaggio da un’idea dello spazio come qualcosa che occupiamo e modifichiamo a un sistema di agenzie e relazioni intricate. Il progetto Oceans in Transformation, realizzato insieme a TBA21–Academy, nasce proprio dal tentativo di sviluppare una sensibilità verso queste complessità, più che dal desiderio di costruire una semplice cartografia dello spazio oceanico. Piuttosto che produrre una mappa nel senso tradizionale, abbiamo scelto di osservare gli oceani attraverso traiettorie ricavate dai dati di Earth Observation, sia in profondità che in estensione. L’idea è prendere una fascia di oceano e, seguendo quella traiettoria, individuare i conflitti e le problematiche che la attraversano. Non si tratta quindi di guardare l’oceano nelle sue estensioni, ma nelle sue intensificazioni.

Come possiamo dare senso a uno spazio sottoposto a trasformazioni così estreme, se l’immaginario dominante continua a considerarlo fisso e immutabile?

L’oceano dell’Antropocene funziona come un sistema di allerta per tutte le strutture contemporanee che rendono possibile la nostra sopravvivenza, dalle quali dipendiamo completamente. Non solo per l’ossigeno che respiriamo – ogni secondo respiro proviene dalla biosfera oceanica – ma anche per l’intera tecnosfera, il sistema planetario interconnesso che sostiene la vita umana e che si fonda sulle reti oceaniche. In questo senso, l’oceano diventa un’intercettazione dell’attività umana: un sensore e al tempo stesso un dispositivo estetico, che registra, trasforma e rimodella continuamente immagini e relazioni. È questo il significato dell’idea di “oceano come sensorium”: pensare il mare attraverso le molteplici estetiche che produce e di cui è composto.

Parlate di oceani come infrastrutture planetarie interconnesse: in che modo questo cambia il modo in cui architettura e progettazione dovrebbero intervenire sul territorio?

Gli oceani sono un’infrastruttura logistica che continua a certificare origini e provenienze, portando con sé la lunga eco dell’Impero. Oggi l’umanità dipende completamente da queste infrastrutture: non solo nel senso tradizionale, ma dall’intera tecnosfera, fatta di flussi di energia, informazione e materia che sostengono l’attività umana su scala planetaria, in una dimensione ormai comparabile a quella degli oceani stessi. La tecnosfera è diventata un sistema complesso integrato nel Sistema Terra dell’Antropocene. Come ogni sistema complesso, tende a mantenere ed espandere continuamente la propria attività, richiedendo sempre più energia. Oggi questo sistema è alimentato soprattutto dalla combustione del petrolio, che lascia dietro di sé enormi quantità di detriti e altera profondamente gli oceani attraverso acidificazione e squilibri termici. Tutto questo modifica radicalmente il modo in cui architettura e urbanistica dovrebbero intervenire sul territorio. Non possiamo più immaginare il territorio come qualcosa di stabile, asciutto e permanente. L’innalzamento del livello del mare mostra chiaramente che la futura condizione dell’azione umana dovrà diventare oceanica. Più che ritirarci semplicemente verso l’interno mantenendo la stessa logica spaziale, dovremmo ripensare il nostro rapporto con infrastrutture, materiali e altre forme di vita attraverso sistemi dinamici e interconnessi che non possono più essere organizzati secondo una griglia fissa.

Caption:Territorial Agency—Oceans in Transformation commissioned by TBA21-Academy.The Black Atlantic is operative in the intensifications of the extractive activities in its waters. Bathymetry and fishing data in the mid-Atlantic.© Territorial Agency

Nella storia umana le uniche traiettorie “stabili” sembrano essere quelle tracciate dalle costellazioni, mentre i confini su terra e mare fluttuano secondo logiche geopolitiche. Come cambia il nostro modo di concepire lo spazio e l’orientamento?

Tutto nasce da un equivoco sul concetto stesso di territorio. Contrariamente a quanto si pensa, la parola non deriva da terra, ma da terrere: intimorire, dissuadere. Il territorio è una condizione semantica attraverso cui gli esseri viventi si legano a ciò che garantisce la loro sopravvivenza. Anche gli animali hanno territori, proprio come gli esseri umani, ma il nostro bias “terrestre” ci porta a immaginarli come semplici estensioni, più o meno coincidenti con ciò che chiamiamo nazione. In realtà, i territori sono sistemi di segni che servono a proteggere ciò da cui dipendiamo. E soprattutto non sono mai separati: si sovrappongono e interagiscono costantemente. Lo spazio non esiste prima degli individui come un contenitore neutro da occupare. È prodotto dai gruppi, dalle relazioni e dagli immaginari che essi costruiscono. Un territorio è quindi un campo dinamico di interazioni. Ritrovare il nostro orientamento significa allora comprendere da cosa dipendiamo e descrivere queste relazioni nelle loro molteplici dimensioni e connessioni. È da qui che può iniziare una nuova forma di orientamento.

Le immagini che emergono dalla vostra ricerca sono spesso “disorientanti”, quasi inquietanti: è una scelta per rompere un certo immaginario romantico dell’oceano?

Sì, perché il punto è rendere visibili le agency. Esiste ancora l’idea che l’agency appartenga esclusivamente all’essere umano, come se solo noi avessimo la capacità di agire sul mondo. In realtà, le agency sono molteplici e comprendono entità non umane, processi materiali e informativi, immaginari tecnologici e culturali, forme di vita biologica e futuri ancestrali. La concezione romantica del sublime, l’idea che l’essere umano possa contemplare la natura da una posizione distaccata, finisce per ostacolare la comprensione di questa pluralità di agenzie. Il sublime presupponeva infatti una natura percepita come esterna: una forza immensa osservata da una posizione di distanza e sicurezza. Nell’Antropocene questa distinzione è crollata, perché ciò che consideravamo esterno è ormai inseparabile dall’energia prodotta dalle nostre stesse attività. Non esiste più una separazione netta tra osservatore e ambiente. Quando osserviamo fenomeni come tempeste o correnti oceaniche, stiamo osservando anche le conseguenze delle nostre azioni. Per questo motivo l’idea romantica dell’oceano come sublime non può più essere sostenuta.

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