La Torre di Chia, rifugio di Pier Paolo Pasolini negli ultimi anni della sua vita, torna al centro dell’attenzione. Questa volta non soltanto per il suo valore culturale e per il legame con uno dei maggiori intellettuali italiani del Novecento, ma per una complessa controversia giuridica che riguarda proprietà, usi civici e futuro dell’area.
A portare il caso all’attenzione dell’opinione pubblica è anche la petizione “Pasolini ‘abusivo’? Salviamo la sua torre!”, accompagnata dall’hashtag #salviamolatorredipasolini, che ha già ottenuto migliaia di condivisioni. La richiesta principale rivolta alla Regione Lazio è di sospendere il procedimento di reintegra fino a quando la vicenda giudiziaria non sia arrivata a una decisione definitiva e inoppugnabile.
A ricostruire la propria versione dei fatti è Gabriele Gallinari, attuale proprietario della dimora pasoliniana, intervenuto in un’intervista televisiva di Radio Roma per spiegare le ragioni della sua opposizione. «Sto subendo un esproprio a titolo gratuito di una proprietà regolarmente acquistata, restaurata e manutenuta», sostiene Gallinari, individuando il cuore della controversia nella disciplina degli usi civici.
Secondo la sua ricostruzione, l’acquisto non sarebbe stato affatto “incauto”. Gallinari afferma inoltre di non avere dato origine alla procedura e contesta la ricostruzione secondo cui avrebbe avuto necessità di chiedere all’Università Agraria di Chia una servitù di passaggio.
A suo dire, quel diritto di passaggio sarebbe già presente nell’atto di acquisto e nei titoli precedenti e sarebbe stato esercitato per decenni dagli eredi Pasolini e, prima ancora, dallo stesso poeta e dai precedenti proprietari.

Il nodo della proprietà e degli usi civici
È proprio qui che la vicenda assume un carattere particolarmente delicato. Gallinari sostiene che la proprietà sia stata considerata privata per secoli e osserva che la questione sarebbe emersa soltanto in tempi recenti.
Durante l’intervista pone una serie di interrogativi: perché, si chiede, la proprietà non sarebbe stata contestata quando apparteneva agli eredi Pasolini? E perché nessuna rivendicazione sarebbe emersa nel 2001, quando sull’immobile venne posto il vincolo culturale, oppure successivamente, quando la proprietà fu messa in vendita?
Gallinari richiama anche una precedente interrogazione parlamentare nella quale, secondo quanto riferisce, il Ministero dei Beni culturali avrebbe indicato la natura privata della proprietà spiegando così il mancato esercizio della prelazione. Sono elementi sui quali le parti forniscono letture differenti e che costituiscono il cuore del contenzioso. Da qui nasce anche il titolo provocatorio della petizione: “Pasolini abusivo?”.
«Quello che si vuole dimostrare – afferma Gallinari riferendosi alla posizione dell’Università Agraria – è che Pasolini fosse abusivo». Una formulazione volutamente paradossale, che il proprietario utilizza per evidenziare quella che considera una contraddizione tra la contestazione dell’attuale titolo e l’utilizzo dell’immagine e della memoria pasoliniana per valorizzare turisticamente l’area circostante.
«Ho venduto casa per acquistare e restaurare la Torre»
Uno dei passaggi più personali dell’intervista riguarda l’acquisto della proprietà. Gallinari racconta di aver trovato l’annuncio su un comune portale immobiliare e sostiene che il bene fosse rimasto in vendita per mesi senza che le istituzioni decidessero di acquistarlo.
«Io l’ho salvata vendendo casa mia di Roma, vendendo la mia prima abitazione», racconta. Dopo l’acquisto, prosegue, avrebbe provveduto al restauro interamente a proprie spese e sotto la vigilanza della Soprintendenza, trattandosi di un bene sottoposto a vincolo culturale.
Ma c’è un altro punto sul quale Gallinari insiste: la Torre non sarebbe stata sottratta alla fruizione collettiva con il passaggio dagli eredi Pasolini al nuovo proprietario. Al contrario, sostiene di aver stipulato una convenzione con il Comune di Soriano nel Cimino per consentire fin dall’inizio l’accesso pubblico con modalità analoghe a quelle precedenti. Aggiunge inoltre di avere incrementato, volontariamente e senza esserne obbligato, le iniziative culturali gratuite. «La proprietà è già aperta al pubblico, è fruibile dalla comunità», afferma.

Lo scontro sulla gestione dell’area circostante
Un altro capitolo riguarda l’Università Agraria di Chia, soggetto che gestisce terreni gravati da usi civici nell’area. Nell’intervista emerge una divergenza perfino sulla natura giuridica dell’ente. Gallinari lo definisce un soggetto privato che gestisce beni demaniali e sottolinea che conterebbe circa 120 iscritti. La controparte, come ricordato dalla conduttrice, ne aveva invece rivendicato la natura pubblica.
È un aspetto che richiede una precisa lettura della normativa e degli atti dell’ente e che non può essere risolto attraverso le sole dichiarazioni delle parti. Gallinari contesta inoltre la trasformazione di una parte del bosco circostante in un’area turistica recintata e a pagamento. Secondo la sua ricostruzione, in precedenza quell’area sarebbe stata liberamente frequentata per passeggiate, escursioni e accesso alle cascate.
La controparte, viene ricordato durante l’intervista, avrebbe motivato la regolamentazione degli accessi anche con esigenze di ordine pubblico e sicurezza stradale, legate in particolare alla sosta irregolare dei veicoli. Gallinari replica sostenendo che l’autorizzazione regionale avrebbe riguardato un cambio provvisorio di destinazione di una superficie destinata alla realizzazione di un parcheggio e non, a suo giudizio, la trasformazione di un’area molto più ampia in parco turistico.
I manufatti contestati
Il confronto diventa ancora più delicato quando Gallinari richiama gli accertamenti che, secondo quanto riferito nell’intervista e nei materiali allegati alla petizione, riguarderebbero alcuni manufatti realizzati nell’area. Il proprietario parla di 28 manufatti contestati da Comune e Soprintendenza, di un ordine di rimozione, di una sanzione da 20mila euro e del mancato accoglimento da parte del TAR di una richiesta di sospensiva.
La petizione utilizza questi elementi per chiedere alla Regione Lazio di valutare attentamente se l’Università Agraria sia il soggetto più appropriato al quale affidare la gestione di un patrimonio dal valore culturale così rilevante. Trattandosi di una materia controversa, eventuali responsabilità e qualificazioni definitive delle opere devono comunque essere ricondotte agli atti amministrativi e giudiziari competenti e non alle sole affermazioni delle parti.
Le tre richieste della petizione alla Regione Lazio
La mobilitazione avanza sostanzialmente tre richieste. La prima è sospendere il procedimento di reintegra fino a quando la sentenza non sarà definitiva e inoppugnabile. La seconda è verificare l’idoneità dell’Università Agraria di Chia a gestire un patrimonio culturale così strettamente collegato alla memoria di Pasolini, anche alla luce delle contestazioni amministrative richiamate dai promotori.
La terza riguarda l’eventuale esito sfavorevole per l’attuale proprietario: qualora la reintegra diventasse definitiva, viene chiesto il riconoscimento dell’indennizzo per le migliorie che si sostiene siano state realizzate in buona fede, comprese le spese sostenute per il restauro e la conservazione del bene, nei limiti previsti dalla legge.
Non solo una disputa sulla proprietà
La vicenda ha ormai superato la dimensione locale. Sono intervenuti Graziella Chiarcossi, erede di Pasolini, sulle pagine de Il Messaggero, e il regista Marco Tullio Giordana, con una lettera pubblicata da Dagospia. Del caso si sono occupati inoltre Radio Radicale, Artribune, Il Fatto Quotidiano, Corriere di Viterbo e altre testate. Al centro resta un interrogativo che va oltre il contenzioso tra le parti: quale futuro deve avere un luogo così profondamente intrecciato alla memoria di Pier Paolo Pasolini?
Da una parte ci sono gli usi civici e le rivendicazioni dell’Università Agraria; dall’altra un proprietario che sostiene di avere acquistato legittimamente il bene, di averlo restaurato con risorse proprie e di averlo mantenuto accessibile al pubblico. In mezzo ci sono le istituzioni e una controversia che dovrà trovare la propria soluzione nelle sedi competenti. La petizione chiede essenzialmente che, prima di compiere passi potenzialmente irreversibili, si aspetti la conclusione definitiva della vicenda giudiziaria.


