Il fotoromanzo ha costruito per decenni un immaginario riconoscibile e ripetuto, fatto di emozioni codificate e ruoli ben definiti. L’artista francese Nicole Gravier, nata ad Arles nel 1949, nella mostra romana di Villa Medici aperta al pubblico fino al 4 maggio 2026, ne rovescia però i cliché, rielaborandone i codici e mettendoli in scena per poi destabilizzarli, attraverso un uso ironico che incrina pose codificate, comportamenti stereotipati e schemi narrativi ricorrenti. Il lavoro si configura così come una lettura critica della costruzione patriarcale dell’immagine, fondata sulla marginalizzazione del femminile e sull’idea di realizzazione legata all’amore e al matrimonio. In questo senso, il suo lavoro trova una risonanza particolare nella stagione del femminismo italiano degli anni Settanta, quando il linguaggio e l’immagine diventano strumenti di critica e ridefinizione, come nelle pratiche di Carla Lonzi, Mirella Bentivoglio e Tomaso Binga.



Tra Roma e Milano, all’inizio degli anni Settanta, Gravier ha sviluppato una pratica fotografica capace di interrogare i linguaggi della comunicazione di massa. Presentata in parallelo alla mostra Agnès Varda, Qui e là, Tra Parigi e Roma, l’esposizione crea un dialogo con l’esposizione di Agnès Varda, condividendo un’attenzione alle narrazioni sommerse del quotidiano, al ruolo del femminile nella società e alle sue rappresentazioni. Il suo approccio si fonda sul détournement: un’operazione di deviazione che altera il significato originario delle immagini, aprendo nuove possibilità di lettura. Nella serie Miti & Cliché: Fotoromanzi, l’artista si appropria dei codici visivi del fotoromanzo italiano degli anni Settanta portarli al limite, fino a far emergere la loro natura costruita.




Ciò che appare familiare diventa improvvisamente instabile, e la narrazione sentimentale rivela la propria dimensione artificiale. Questo lavoro prosegue nella serie Miti & Cliché: Pubblicità, dove Gravier interviene sulle immagini della moda e della stampa femminile, mettendo in discussione i modelli normativi di felicità, bellezza e successo. L’artista non si limita a criticare: espone i meccanismi, li rende visibili, li svuota dall’interno. La sua ricerca si colloca nel campo dell’arte semiotica e dialoga idealmente con le riflessioni di Roland Barthes, per cui i segni non sono mai innocenti ma costruiscono significati e producono miti. Attraverso tagli, sovrapposizioni e ricomposizioni, Gravier evidenzia i dispositivi che regolano le narrazioni visive e le forme di rappresentazione del femminile, mettendo in luce i sistemi di potere che le attraversano.



