La città come casa. Agnès Varda tra Parigi e l’Italia

A Villa Medici la prima grande retrospettiva italiana dedicata all’opera fotografica dell'artista: un viaggio tra la Parigi del dopoguerra, il cortile di rue Daguerre e i soggiorni italiani

Dal 25 febbraio al 25 maggio 2026 l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici rende omaggio ad Agnès Varda con la prima grande retrospettiva fotografica a lei dedicata in Italia, in occasione del settantesimo anniversario del gemellaggio tra Parigi e Roma. La mostra si articola in due capitoli complementari – La Parigi di Agnès Varda e L’Italia di Agnès Varda – restituendo la complessità di un’opera che ha saputo attraversare fotografia e cinema, autobiografia e impegno sociale, osservazione urbana e invenzione poetica.

Curata da Anne de Mondenard per il musée Carnavalet – Histoire de Paris e da Carole Sandrin per l’Institut pour la photographie, l’esposizione nasce da una collaborazione internazionale che coinvolge Paris Musées, l’Institut pour la photographie des Hauts-de-France e Rosalie Varda, custode dell’eredità dell’artista. A Villa Medici confluiscono oltre 130 stampe originali, estratti di film, documenti, manifesti, oggetti personali e materiali d’archivio provenienti dal fondo fotografico di Agnès Varda e dagli archivi di Ciné-Tamaris.

Parigi come laboratorio di vita e di sguardo

Protagonista del percorso è la Parigi del dopoguerra, osservata a partire dal cortile-atelier di rue Daguerre, luogo di vita, lavoro e sperimentazione per quasi settant’anni. Qui Varda trasforma due ex negozi in studio fotografico, laboratorio e spazio espositivo, dando forma a un universo creativo in cui il quotidiano diventa materia artistica. Fotografie ed estratti di film come Cléo de 5 à 7 (1962) e Daguerréotypes (1975) raccontano una città lontana dai cliché, popolata da donne, commercianti, figure marginali e presenze silenziose.

Lo sguardo di Varda è ironico, laterale, spesso attraversato da una sottile vena surrealista. Parigi non è solo scenario, ma eco emotiva e politica: uno spazio attraversato dalle tensioni del tempo, dalla guerra in Vietnam alle battaglie femministe, sempre filtrate attraverso una dimensione intima. In dialogo con la sezione parigina, L’Italia di Agnès Varda illumina un capitolo meno noto ma fondamentale del suo percorso. Le fotografie realizzate durante i soggiorni del 1959 e del 1963 restituiscono un’Italia osservata con curiosità e libertà: Venezia e il Veneto, le architetture rinascimentali, i Giardini di Bomarzo, fino a Roma e ai set cinematografici.

Nel 1963 Varda arriva nella capitale per ritrarre Luchino Visconti, appena premiato a Cannes per Il Gattopardo, e incontra Jean-Luc Godard sul set de Il disprezzo, fotografando Brigitte Bardot, Jack Palance e Michel Piccoli. Una cinquantina di stampe originali, molte delle quali inedite, raccontano per la prima volta in modo organico il legame tra l’artista e l’Italia, tra reportage, ritratto e sperimentazione visiva.

Un’opera plurale e radicale

Il percorso espositivo, articolato in nove capitoli tematici, ricostruisce l’identità di un’artista che ha saputo coniugare fotografia, cinema e “foto-scrittura”, mettendo sempre al centro le persone. Il femminismo di Varda non è mai slogan, ma attenzione concreta ai corpi, ai gesti, alle storie invisibili. Donne, lavoratori, passanti diventano protagonisti di un racconto che oscilla tra documentario sociale e poesia. A completare il dialogo, la mostra accosta alle opere di Varda i lavori di artisti come Alexander Calder, Martine Franck, JR, Claude Nori, Collier Schorr, sottolineando la sua influenza trasversale e la capacità di generare risonanze nel presente.

L’omaggio romano si inserisce in un più ampio progetto di valorizzazione dell’eredità di Agnès Varda, che proseguirà con Viva Varda alla Galleria Modernissimo della Cineteca di Bologna (6 marzo 2026 – 7 febbraio 2027), dedicata all’intera opera della prima cineasta a ricevere l’Oscar onorario alla carriera. A Villa Medici, Parigi e Italia si riflettono l’una nell’altra, restituendo il ritratto di un’artista che ha fatto della città una casa e dello sguardo un atto di libertà.

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