Un dipinto attribuito a Caravaggio entra ufficialmente nel patrimonio pubblico italiano. Il Ritratto di monsignor Maffeo Barberini, databile alla fine del Cinquecento, è stato acquistato dallo Stato per circa 30 milioni di euro e sarà destinato alle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini, a Roma. L’operazione, condotta dal Ministero della Cultura, riporta così in una collezione pubblica un’opera che per decenni è rimasta custodita in ambito privato. Il dipinto raffigura Maffeo Barberini, figura destinata a diventare uno dei protagonisti della Roma del Seicento quando, nel 1623, verrà eletto papa con il nome di Urbano VIII. Prima dell’ascesa al soglio pontificio, Barberini fu un importante intellettuale e uomo di potere, vicino agli ambienti culturali e artistici della capitale. Il ritratto risale probabilmente agli anni in cui Caravaggio era già attivo a Roma e stava definendo il linguaggio rivoluzionario che avrebbe cambiato profondamente la pittura europea.
L’opera ha una storia critica complessa. L’attribuzione al maestro lombardo fu proposta nel 1963 dallo storico dell’arte Roberto Longhi, uno dei più importanti studiosi di Caravaggio del Novecento, che pubblicò il dipinto sulla rivista Paragone. Da allora il quadro è rimasto al centro del dibattito tra gli studiosi, sia per la rarità dei ritratti attribuibili con certezza al pittore sia per le caratteristiche stilistiche che avvicinano l’opera alla produzione giovanile dell’artista. Il dipinto mostra un Barberini giovane, ritratto a mezzo busto con uno sguardo diretto e penetrante. La costruzione luministica, con il volto che emerge con forza dallo sfondo scuro, e la resa naturalistica della fisionomia richiamano alcuni elementi tipici della pittura caravaggiesca, soprattutto nella capacità di trasformare il ritratto in una presenza viva e psicologicamente intensa.

Negli ultimi anni l’opera è tornata al centro dell’attenzione del pubblico e della comunità scientifica. Dopo essere rimasta per lungo tempo fuori dalla vista degli studiosi, il dipinto è stato esposto tra il 2024 e il 2025 a Palazzo Barberini, occasione che ha riaperto il confronto sull’attribuzione e sull’importanza dell’opera all’interno del catalogo del pittore. L’acquisizione da parte dello Stato rappresenta quindi un passaggio significativo non solo per la tutela del patrimonio, ma anche per la valorizzazione di uno dei periodi più affascinanti della storia dell’arte italiana. L’ingresso del dipinto nelle collezioni delle Gallerie Nazionali di Arte Antica permetterà infatti una fruizione stabile da parte del pubblico e offrirà agli studiosi nuove opportunità di ricerca e confronto.
La collocazione dell’opera a Palazzo Barberini assume inoltre un forte valore simbolico. Il palazzo romano, costruito nel Seicento proprio per la famiglia Barberini e oggi sede di uno dei principali musei statali della capitale, restituisce al ritratto il suo contesto storico e culturale originario. Qui il dipinto dialogherà con altri capolavori della pittura barocca, contribuendo a raccontare la stagione artistica che ha trasformato Roma in uno dei centri culturali più influenti d’Europa. Con questa acquisizione lo Stato italiano rafforza dunque il proprio impegno nella salvaguardia di opere di straordinario valore storico e artistico, riportando alla fruizione pubblica un dipinto che testimonia l’intreccio tra arte, potere e mecenatismo nella Roma tra Cinquecento e Seicento. Un nuovo capitolo nella storia di un’opera che, dopo secoli di vicende collezionistiche e dibattiti attributivi, entra finalmente a far parte del patrimonio condiviso.


