Roma, primo Seicento. Il Barocco si affaccia sulla città eterna, insidiandosi con l’opulenza che lo contraddistingue, in una storia dell’arte fatta di potere, fede, spettacolo. Indagando il fervore che ha reso la città papale teatro di modernità, fulcro della mostra Bernini e Barberini ospitata a Palazzo Barberini fino 14 giugno 2026, è il rapporto decisivo tra Gian Lorenzo Bernini e Maffeo Barberini, il cardinale destinato a diventare papa Urbano VIII nel 1623. La storia, è quella di un legame che non fu soltanto di committenza e ricostruisce proprio questo snodo, quello di una nascita condivisa, dove ambizione e visione si alimentano a vicenda.

«Un’amicizia commovente e sincera protagonista di una mostra che, dopo il grande successo di Caravaggio, ha l’ambizione di voler uscire dal museo – commenta il direttore delle Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Roma Thomas Clement Salomon. Ad essere esposti, capolavori provenienti da tutto il mondo: dal Louvre fino alla National Gallery di Londra». Il percorso espositivo, che si affida alla curatela di Andrea Bacchi e Mauriza Cicconi, ripercorre la parabola del genio barocco dagli esordi alla piena maturità, e rende evidente come il confronto costante con l’universo barberiniano abbia contribuito a definire in modo irreversibile il lessico artistico del secolo. Dalla genealogia scolpita nei busti da galleria alla costruzione dell’immagine ufficiale di Urbano VIII; dal Bernini pittore, spinto a misurarsi anche con la tela, fino alle grandi imprese di San Pietro, dove l’arte supera la dimensione dell’opera singola e si fa linguaggio totale: un dispositivo di fede, spettacolo e potere.

Nella Roma che si ricostruisce dopo il Concilio di Trento, la famiglia Barberini comprende prima di altri che la forma può diventare governo, propaganda, memoria, promessa. Gian Lorenzo viene scoperto da Maffeo Barberini e accompagnato, anzi quasi educato, verso un’idea di artista totale: scultore, architetto, regista di immagini e di emozioni, capace di tradurre in marmo e bronzo il lessico della Chiesa trionfante. «Fin da subito – spiega il curatore Bacchi – Maffeo Barberini intuisce che Bernini può diventare il Michelangelo del suo secolo. È in vendita in questo momento a Roma un marmo mai finito di Michelangelo: dovremmo comprarlo e farlo finire dal Bernini, scriveva in una lettera al fratello».

Parole profetiche che, sebbene mai del tutto avverate, renderanno davvero Bernini il Michelangelo del suo secolo. Presenti alla conferenza stampa tenutasi all’interno del Salone di Pietro da Cortona, anche il Direttore Generale dei Musei Massimo Osanna che ha ribadito come il 1600 fosse stato il secolo creativamente felice di Roma e il Direttore Generale Gallerie d’Italia di Intesa San Paolo Michele Coppola, che ha ricordato l’importanza del catalogo edito da Allemandi, considerato come una vera e propria sezione a parte dell’esposizione. Sono anni doppi, quasi contraddittori, e proprio per questo affascinanti: mentre Roma comincia a perdere centralità come potenza politica europea, consolida in modo impressionante la propria centralità simbolica e culturale. Urbano VIII, il papa che costringe Galileo all’abiura, diventa il volto di una Chiesa che sente minacciata la propria autorità e reagisce irrigidendosi.

Eppure, nello stesso momento, la futura capitale diventa un modello assoluto per il mondo. Come se, perdendo forza sul terreno della diplomazia e delle guerre, la città spostasse il proprio baricentro su un altro tipo di dominio: quello dell’immaginario. Qui entra in gioco il rapporto fra Urbano VIII e Bernini: un’alleanza che non è solo personale, ma strategica. Un papa visionario che comprende che l’arte può fare ciò che la politica non riesce più a garantire: costruire consenso, produrre meraviglia, imporre un linguaggio universale. Il Barocco romano è anche e sopratutto uno strumento di potere. Un potere diverso, più sottile e duraturo. Dove la politica governa corpi e territori, l’arte governa occhi, emozioni, fede, memoria. Roma diventa un teatro perfetto: non domina più l’Europa con gli eserciti, ma con le immagini. E in questo teatro Bernini è il regista totale, capace di tradurre in pietra e in spazio la visione del papato.

La cosa interessante (e un po’ inquietante) è che lo stesso papa che frena la modernità scientifica diventa, paradossalmente, uno dei più grandi promotori della modernità artistica. Come se la Chiesa, sentendosi assediata sul piano delle idee, rispondesse con la potenza dell’estetica: non convincere con argomenti, ma travolgere con lo splendore. È una forma di controllo, sì, ma anche un’esplosione di creatività senza precedenti. Quindi il rapporto fra i due personaggi non è solo “mecenate e artista”: è un patto politico-culturale. Urbano VIII offre protezione, risorse, prestigio. Bernini offre un linguaggio capace di rendere Roma irresistibile. E alla fine, mentre la Roma politica si ridimensiona, la Roma artistica diventa eterna. In un certo senso, è qui che nasce la Roma che conosciamo oggi: non capitale di un impero, ma capitale di un mito.
Installation view, Ph Alberto Novelli


