A poche ore dalla scadenza ufficiale per la consegna dei progetti, L’Alta Corte sudafricana ha respinto il ricorso presentato da Gabrielle Goliath per ribaltare l’annullamento del suo progetto per la Biennale di Venezia, compromettendo gravemente la presenza del Sudafrica alla rassegna di quest’anno.
Al cuore del contenzioso c’è l’opera di Goliath, Elegy, selezionata dall’organizzazione non profit Art Periodic per rappresentare il paese con la curatela di Ingrid Masondo. La scelta è stata tuttavia annullata pochi giorni dopo dal ministro per lo Sport, le Arti e la Cultura Gayton McKenzie, che ha bollato il lavoro come “profondamente divisivo”. Si tratta di una serie performativa in continua evoluzione, dedicata alla memoria di tutte le vittime di atrocità e violenze in Sudafrica e in altri contesti come le uccisioni di donne e persone queer e il genocidio perpetrato dai tedeschi in Namibia all’inizio del Novecento. L’artista, secondo le ricostruzioni, voleva aggiornare il progetto in occasione della Biennale, includendo Abu Nada, un poeta palestinese ucciso durante un attacco aereo.

Il caso è quindi approdato in tribunale, dove Goliath e Masondo hanno presentato ricorso sostenendo che McKenzie non disponesse del potere contrattuale necessario per poter revocare la selezione e che la sua decisione violasse il diritto alla libertà di espressione dell’artista. Durante l’udienza, l’avvocato del ministro ha affermato che la scelta fosse motivata solo da ragioni contrattuali, anche se, secondo Daily Maverick, non sono state fornite prove riguardo il suo diritto di intervento sui contenuti creativi. La difesa ha aggiunto che McKenzie era stato fuorviato da Art Periodic, causando una perdita di fiducia tale da spingere il ministero a rescindere il contratto. Stando alle ricostruzioni, il ministro aveva già tentato di bloccare la selezione nel dicembre 2025, citando il “conflitto internazionale in corso molto divisivo”, riferendosi alla guerra tra Israele e Gaza. Il comitato di selezione del padiglione ha rifiutato la richiesta, definendola una forma di censura.

A chiudere la vicenda è stata la giudice Mamokolo Kubushi, che ha respinto la richiesta di reintegro di Goliath come rappresentante del Sudafrica senza fornire ulteriori giustificazioni. Intervistata dal Daily Maverick, l’artista ha commentato che il suo lavoro non è incentrato sulla violenza, ma sul lutto, la resistenza e la riparazione: «In un momento in cui coltivare la speranza è un imperativo politico, è fondamentale ribadire il mio lavoro come un lavoro per la vita, non per la morte, radicato in un progetto femminista nero decoloniale fondato sulla cura e su un amore radicale».
La vicenda si è conclusa lasciando un retrogusto amaro nella bocca di Goliath e Masondo, non solo per l’assenza di una motivazione chiara nella decisione del giudice, ma anche perché il caso sembra aver riaperto delle ferite rimarginate da tempo, riportando alla luce il tema del controllo politico sull’arte.



