L’artista sudafricana Gabrielle Goliath fa ricorso all’Alta Corte per l’esclusione dalla Biennale di Venezia

La revoca del progetto per il padiglione sudafricano alla Biennale ha innescato un’azione legale contro il ministro della Cultura Gayton McKenzie

La partecipazione del Sudafrica alla Biennale di Venezia 2026 si trova al centro di una controversia che supera di gran lunga i confini del mondo dell’arte. L’artista Gabrielle Goliath e la curatrice Ingrid Masondo hanno avviato un’azione legale urgente contro il ministro per lo Sport, le Arti e la Cultura Gayton McKenzie, contestando la decisione di annullare il progetto selezionato ufficialmente per il padiglione nazionale. Il ricorso, depositato all’Alta Corte di Pretoria, mira a far dichiarare incostituzionale l’intervento del ministro e a ripristinare un processo curatoriale che, secondo le ricorrenti, è stato interrotto in modo arbitrario e politicamente motivato.

Goliath e Masondo erano state scelte all’unanimità, lo scorso dicembre, da una commissione indipendente composta da figure di rilievo della scena artistica sudafricana. Il progetto previsto per Venezia era una nuova articolazione di Elegy, un lavoro portato avanti da oltre un decennio dall’artista e dedicato alla memoria delle vittime di femminicidio e dei crimini contro le persone LGBTQI+ in Sudafrica. La declinazione veneziana avrebbe ampliato il raggio della riflessione, includendo ferite storiche e contemporanee come il genocidio degli Ovaherero e dei Nama e la morte della poetessa palestinese Hiba Abu Nada durante un bombardamento a Gaza. È proprio quest’ultimo riferimento ad aver innescato la reazione del ministro, che ha definito il progetto “divisivo” e inopportuno in relazione a un conflitto internazionale ancora in corso.

La revoca del padiglione è avvenuta a ridosso delle scadenze ufficiali della Biennale, lasciando poco spazio a soluzioni alternative trasparenti. Secondo quanto emerso, il Dipartimento per lo Sport, le Arti e la Cultura avrebbe riavviato il processo di selezione in modo riservato, avviando colloqui con altri artisti e collettivi, tra cui Beyond the Frames, un gruppo con base a Città del Capo che ha confermato contatti preliminari con il dipartimento senza però chiarire le modalità della propria eventuale nomina. Il silenzio istituzionale e l’assenza di comunicazioni ufficiali hanno alimentato ulteriormente il sospetto di un’ingerenza politica diretta nei contenuti artistici.

Il caso ha rapidamente assunto una dimensione pubblica. Petizioni, prese di posizione della comunità artistica e richieste di intervento al presidente Cyril Ramaphosa hanno riaperto un dibattito doloroso sulla libertà di espressione in Sudafrica, evocando lo spettro di pratiche censorie che si pensavano definitivamente archiviate con la fine dell’apartheid.