In un’intervista rilasciata a The Guardian in occasione dell’uscita del suo libro On Censorship, Ai Weiwei ha spiegato di aver sperimentato delle forme di censura anche in Europa. L’artista, tornato in Cina alla fine del 2025 per la prima volta dopo dieci anni di esilio, ha raccontato un episodio recente che ha coinvolto la Royal Academy di Londra.
Ripercorrendo le difficoltà affrontate negli anni di opposizione al regime cinese, Ai Weiwei ha riferito al giornalista Lanre Bakare di aver percepito dinamiche di controllo e di censura in Occidente simili a quelle vissute nel suo paese natale, menzionando in particolare il caso della Royal Academy. Dopo averlo nominato membro onorario nel 2011 e avergli dedicato una mostra nel 2015, la Lisson Gallery avrebbe ritirato una sua esposizione a novembre 2023 a causa della pubblicazione di un tweet in cui l’artista faceva riferimento al senso di colpa occidentale per la persecuzione degli ebrei. A seguito della reazione sui social, l’artista ha cancellato il post, e secondo quanto racconta al giornalista, la galleria ha comunque annullato la mostra.

In seguito all’episodio, alla Royal Academy si è svolta una votazione per decidere se revocare la sua appartenenza come membro a fronte delle accuse di antisemitismo legate al post. L’artista ha sostenuto di non avere intenzioni antisemite, sottolineando i suoi rapporti personali con persone ebree e rivelandosi sorpreso alla reazione generata da quel singolo tweet. Ai Weiwei ha superato la votazione e, nel frattempo, gli è stato richiesto di scrivere un articolo per la rivista dell’istituzione riguardo la libertà di espressione – un testo che non è mai stato pubblicato per “mancanza di spazio” – . Per l’artista questo episodio si inscrive perfettamente nella forma di censura occidentale, che nel suo libro definisce più sottile, ambigua e corrosiva rispetto a quella dei regimi autoritari, aggiungendo inoltre che situazioni simili si sarebbero verificate anche in Germania.
Nell’articolo Bakare precisa infine che la Royal Academy ha contestato questa ricostruzione, sostenendo che la decisione di non pubblicare il contributo fosse stata presa prima ancora della sua consegna e ribadendo, tramite un portavoce, il proprio impegno verso pluralismo, tolleranza e libertà di pensiero.



