Dopo 10 anni di esilio Ai Wei Wei torna in Cina

Dopo oltre dieci anni lontano dal suo Paese, il celebre artista e dissidente cinese torna a Pechino per una visita privata e annuncia una mostra al MAXXI L'Aquila

Dopo più di un decennio vissuto tra Germania, Regno Unito e Portogallo, Ai Weiwei – uno degli artisti contemporanei più influenti e critici del nostro tempo – è rientrato in Cina per la prima volta dal 2015. Il viaggio privato a Pechino di circa tre settimane, avvenuto a fine 2025, ha segnato un momento simbolico e suggestivo nella carriera dell’artista, noto per la sua lunga opposizione alla censura, allo Stato autoritario e alla negazione dei diritti civili. Il rientro è stato possibile grazie alla restituzione del passaporto da parte delle autorità, che già nel 2015 aveva consentito ad Ai di lasciare il paese dopo anni di divieto di viaggio e sorveglianza. All’aeroporto di Pechino l’artista ha subito un breve interrogatorio, ma non vi sono state ulteriori restrizioni alla sua libertà di movimento durante la visita.

La permanenza in Cina ha coinciso con l’annuncio di Aftershock, la grande mostra prevista per primavera 2026 a Palazzo Ardinghelli (MAXXI L’Aquila), inserita nel calendario di appuntamenti della Capitale italiana della Cultura. Il progetto espositivo, maturato dopo il suo ritorno nel capoluogo abruzzese, intreccia riflessioni sull’esperienza del sisma con ampie questioni etiche e politiche, sottolineando la relazione tra trauma, responsabilità umana e sistemi di potere. La figura di Ai Weiwei rimane paradigmatica nel dibattito contemporaneo perché fonde arte, attivismo e denuncia politica: dalla partecipazione ai movimenti artistici degli anni ’90 in Cina alla famosa disputa con il regime per il progetto dello Stadio Nazionale di Pechino (Bird’s Nest), fino alla pubblicazione dei nomi delle vittime del sisma del Sichuan nel 2008, che gli costò la chiusura del blog, la demolizione dello studio e un arresto di 81 giorni nel 2011.

Il rientro in Cina di Ai Weiwei non rappresenta semplicemente una visita familiare: riapre interrogativi sul rapporto tra l’artista e le istituzioni, sul significato della libertà di espressione dentro e fuori i confini nazionali, e sulla possibilità che un artista di così forte caratura critica possa dialogare ancora con il proprio paese d’origine.