Le dimissioni di una curatrice senior dell’Art Gallery of Ontario (AGO) e di due membri volontari del comitato per le collezioni moderne e contemporanee hanno reso pubblico un dissenso interno che covava da mesi. Alla base dell’uscita di scena vi è la decisione del museo di Toronto di non procedere con l’acquisizione di Stendhal Syndrome (2024), opera video di Nan Goldin, bloccata dopo un voto negativo del comitato curatoriale. Il rifiuto sarebbe stato motivato da giudizi critici sulle prese di posizione politiche dell’artista, considerate da alcuni membri del gruppo come offensive e assimilabili a forme di antisemitismo.

La vicenda affonda le radici in un progetto di acquisizione congiunta che coinvolgeva l’AGO, la Vancouver Art Gallery (VAG) e il Walker Art Center di Minneapolis. L’opera di Goldin, figura centrale della fotografia e dell’attivismo contemporaneo, era stata inizialmente accolta con entusiasmo anche a Toronto, nonostante l’istituzione possedesse già tre lavori dell’artista. A metà del 2025, tuttavia, l’AGO si è ritirata dall’accordo dopo una votazione interna conclusasi con una maggioranza contraria.
Secondo quanto emerso da un promemoria interno della direzione, il dibattito all’interno del comitato non si sarebbe concentrato esclusivamente sui criteri artistici o collezionistici. Al contrario, un ruolo determinante lo avrebbero avuto alcune dichiarazioni rilasciate da Goldin nel 2024 in occasione dell’apertura della sua retrospettiva alla Neue Nationalgalerie di Berlino, nelle quali l’artista aveva espresso una forte condanna delle operazioni militari a Gaza e in Libano e aveva criticato l’equiparazione tra antisionismo e antisemitismo. Per una parte del comitato, tali affermazioni risultavano incompatibili con l’acquisizione dell’opera; per altri membri, invece, il rifiuto rappresentava una pericolosa deriva censoriale.

La frattura si è tradotta in conseguenze concrete. La curatrice di arte moderna e contemporanea dell’AGO, che aveva sostenuto l’acquisizione di Stendhal Syndrome, ha lasciato il proprio incarico, pur continuando a collaborare con il museo come curatore ospite. A lei si sono aggiunte le dimissioni di due membri del comitato per le collezioni, che hanno abbandonato i loro ruoli volontari in segno di dissenso rispetto all’esito e alle modalità della decisione.
L’episodio si inserisce in un contesto più ampio di tensioni che attraversano il mondo museale nordamericano, dove il confine tra valutazione artistica e posizionamento politico appare sempre più fragile. All’interno dell’AGO, la vicenda ha riacceso il dibattito sulla governance delle acquisizioni e sul ruolo dei comitati, chiamati a bilanciare responsabilità pubblica, pluralità di visioni e autonomia curatoriale.
Di fronte alle polemiche, l’Art Gallery of Ontario ha annunciato l’avvio di una revisione indipendente della riunione del comitato in cui è stata discussa l’opera di Goldin. L’istituzione ha ribadito che le opinioni politiche non dovrebbero far parte del processo di acquisizione e ha promesso un “reset” delle procedure, con l’obiettivo di riportare il confronto su basi professionali, allineate ai criteri museali e aperte a prospettive multiple. Nel frattempo, Stendhal Syndrome è entrata a far parte delle collezioni della Vancouver Art Gallery e del Walker Art Center, dove l’opera è stata presentata al pubblico come una riflessione intensa sul rapporto tra immagine, storia dell’arte e esperienza emotiva.



