Le gallerie d’arte contemporanea spagnole hanno annunciato uno sciopero senza precedenti, con oltre 125 spazi che resteranno chiusi dal 2 al 7 febbraio 2026, per protestare contro l’attuale IVA al 21% sulle opere d’arte e reclamare una drastica riforma fiscale. L’iniziativa, promossa dal Consorzio delle Gallerie d’Arte Contemporanea di Spagna, punta a spingere il governo affinché recepisca e applichi pienamente la Direttiva UE 2022/542, che consente di adottare aliquote ridotte per i beni culturali già in vigore in Paesi come Francia, Italia, Portogallo e Germania.

Secondo gli organizzatori, l’aliquota attuale non solo rappresenta un grave svantaggio competitivo nei confronti dei principali mercati europei (dove i tassi variano tra il 5% e il 7%) ma mette in pericolo la sostenibilità stessa del settore. La protesta arriva in un momento simbolico, a pochi giorni dalla preparazione della 45ª edizione di ARCO Madrid, una delle fiere d’arte più importanti del calendario internazionale. In una dichiarazione congiunta, i galleristi hanno denunciato la “paralisi e la mancanza di risposta” da parte del governo, sottolineando che l’eccessiva pressione fiscale rende quasi impossibile per le gallerie competere alla pari con quelle di altri Paesi europei e svolgere il ruolo di supporto e internazionalizzazione degli artisti che è loro naturale vocazione.

Critiche al sistema fiscale culturale
Il contrasto fiscale non riguarda soltanto la concorrenza internazionale, ma evidenzia anche profonde incoerenze nel sistema culturale interno. Mentre settori come cinema, musica e arti sceniche godono di aliquote ridotte o super‐ridotte, l’arte visiva resta gravata al 21%, persino quando le transazioni avvengono tramite canali professionali come le gallerie. Per molti operatori si tratta non di un privilegio, ma di una questione di equità e di riconoscimento del valore culturale dell’arte contemporanea. Critici e imprenditori ricordano che questa stessa disuguaglianza fiscale contribuisce a percepire l’arte contemporanea come un bene di lusso, piuttosto che come un elemento integrante della vita culturale e sociale, penalizzando così l’accesso del pubblico e la visibilità degli artisti emergenti. L’attuale regime fiscale rischia di favorire la delocalizzazione di artisti, collezionisti e gallerie verso mercati con tassazione più favorevole, indebolendo la posizione internazionale della Spagna e riducendo il gettito fiscale a lungo termine.


La protesta spagnola non è un caso isolato: da anni il dibattito sull’IVA culturale attraversa l’Unione Europea, con interpretazioni diverse sul modo migliore di conciliare sostenibilità economica e tutela del patrimonio culturale. In molti Paesi la riduzione del tributo sul mercato dell’arte è stata vista come uno strumento per stimolare la creatività, attrarre investimenti e valorizzare le imprese culturali. Tuttavia, la lentezza nel recepire e applicare la Direttiva UE 2022/542 – che avrebbe dovuto offrire maggiore flessibilità agli Stati membri – ha reso la Spagna un’anomalia all’interno del contesto europeo, esponendo le gallerie a un rischio competitivo crescente e alimentando frustrazione tra gli operatori del comparto. La settimana di sciopero sarà anche un’occasione per aprire un confronto più ampio sul ruolo della fiscalità nel sostenere o ostacolare lo sviluppo culturale e creativo di un Paese, mettendo in luce la necessità di politiche che bilancino adeguatamente esigenze economiche e valore culturale.


