Anche la Gioconda sotto lo sguardo della medicina

Dall’iconodiagnostica alle più recenti ricerche scientifiche, i capolavori dell’arte diventano strumenti inattesi per leggere il corpo e la malattia

Prima di essere un’icona, La Gioconda è stata una persona in carne e ossa. E come ogni corpo reale, potrebbe aver lasciato tracce visibili di imperfezioni e malattie. Da qui parte un dialogo sorprendente tra arte e medicina e ad occuparsene è l’icodiagnostica, cioè la pratica di osservare dettagli anatomici e segni di malattia nelle opere d’arte, come nel caso della Maddalena di Donatello: qualcosa che va ben oltre la semplice curiosità iconografica e diventa strumento di riflessione su salute, storia e rappresentazione culturale, ricordandoci che guardare l’arte da vicino significa anche accettare che, dietro ogni immagine ideale, si nasconda sempre un essere umano.

Un caso emblematico, e al tempo stesso affascinante, riguarda proprio il capolavoro di Leonardo da Vinci: secondo recenti osservazioni cliniche retrospettive, nel dipinto si intravede nell’angolo interno dell’occhio sinistro della Monna Lisa un deposito di tessuto adiposo noto come xantelasma, associato alla presenza di colesterolo alto e inoltre, alcune caratteristiche della mano in primo piano suggerirebbero un lipoma.

Questa ipotesi – che non pretende di diagnosticare con certezza una patologia in un soggetto storico non identificabile con precisione – ha però ispirato discussioni, mostre e rassegne che esplorano il rapporto fra arte, genetica e condizioni di salute. Il dialogo non si ferma al passato. Proprio l’iconografia della Gioconda è stata citata come spunto simbolico in alcune riflessioni scientifiche sull’ipercolesterolemia familiare, una patologia genetica ancora oggi difficile da individuare e trattare. Un esempio di come l’arte possa funzionare da ponte tra cultura visiva e ricerca contemporanea, aiutando anche la comunicazione scientifica a raggiungere un pubblico più ampio.

Queste interpretazioni hanno alimentato negli ultimi anni mostre, convegni e progetti divulgativi che esplorano il rapporto tra arte, genetica e rappresentazione della malattia. Iniziative che non mirano a “svelare” diagnosi nascoste, quanto piuttosto a interrogarsi su come il corpo – sano o malato – sia sempre stato parte integrante della narrazione visiva. È per esempio il fulcro di “Arte e genetica: la diversità come unicità”, progetto dell’università di Trieste in programma fino al 10 febbraio 2026, nato dalla convinzione che arte e genetica condividano uno stesso cuore concettuale e che invita il pubblico ad osservare i capolavori classici in una nuova luce, ponendosi domande su come la malattia e la diversità siano state rappresentate dai grandi maestri.