A morire è anche l’arte sotto la repressione del regime iraniano

Mehdi Salahshour, Javad Ganji e Rubina Aminian sono i creativi vittime di un regime che cerca di soffocare ogni forma di espressione

In Iran, la repressione delle proteste anti-governative che attraversano il paese da fine dicembre 2025 non sta colpendo soltanto civili e manifestanti: tra le vittime identificate ci sono creativi e artisti il cui ruolo culturale non poteva essere più simbolico. Nelle ultime settimane, testimoni e gruppi per i diritti umani hanno confermato che Mehdi Salahshour, scultore di 50 anni con una lunga carriera nel campo della scultura e dell’insegnamento, è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco a Mashhad durante le proteste, mentre Javad Ganji, regista e documentarista di 39 anni, è stato assassinato a Teheran dagli stessi apparati di sicurezza.

Accanto a loro, altre figure la cui creatività era espressione di libertà individuale e sociale hanno perso la vita nel corso degli scontri. Tra queste spicca la giovane studentessa di moda e design Rubina Aminian, 23 anni, colpita alla testa da un proiettile mentre si univa a una manifestazione vicino al suo college nella capitale. Le circostanze della sua morte e il rifiuto delle autorità di consentire alla sua famiglia una sepoltura dignitosa sono emblematiche della brutalità della repressione.

Questi nomi non sono semplici statistiche. Rappresentano voci creative, professionisti e studenti che con la loro arte cercavano di immaginare un futuro diverso per l’Iran e che per questo sono stati trasformati in bersagli da un regime intenzionato a soffocare qualsiasi forma di dissenso culturale oltre che politico. Le proteste, iniziate come risposta alla crescente inflazione, alla crisi economica e alla deteriorata qualità della vita, si sono rapidamente trasformate in un movimento più ampio contro la leadership teocratica. Secondo gruppi internazionali per i diritti umani, l’ondata di violenza ha già causato migliaia di morti e decine di migliaia di arresti in tutto il paese, con un blackout delle comunicazioni imposto dalle autorità per cercare di isolare i manifestanti e controllare il flusso di informazioni.

Per gli artisti, la protesta non è mai stata solo un fatto politico: è stata soprattutto un grido di libertà e una forma di resistenza culturale. Nel corso degli anni, creativi di ogni disciplina hanno interpretato con performance, musica, cinema e arti visive le tensioni della società iraniana, trasformando l’arte in uno strumento potente di contestazione. Ma questa funzione di critica e di rappresentazione collettiva li ha resi vittime dirette del potere che teme le immagini e le narrazioni alternative al proprio controllo.

La morte di Salahshour, Ganji, Aminian e di tanti altri giovani, spesso identificati attraverso elenchi e raccolte delle vittime dei disordini, non può essere confinata nella categoria degli effetti collaterali di una protesta. È la prova che l’arte stessa, per il regime, è diventata un nemico da abbattere. La comunità culturale internazionale, così come le istituzioni artistiche e accademiche di tutto il mondo, si trova ora davanti a una scelta: mantenere un profilo cautelativo o riconoscere pubblicamente che la difesa della libertà artistica è intrinsecamente legata alla difesa dei diritti umani più fondamentali.