Il linguaggio come strumento di oppressione, il gesto come resistenza

L'intervista a Federica Rugnone, finalista al Talent Prize 2025 con l'opera Fai la brava

Le modalità attraverso cui il pensiero del mondo nasce in noi non appartengono esclusivamente alla dimensione razionale o concettuale, ma si manifestano anche attraverso intuizioni sensibili e esplorazioni materiche che l’arte è in grado di attivare e rendere visibili. In questo senso, il gesto creativo di Federica Rugnone, forte di una base filosofica alle spalle, incarna un processo di assorbimento dell’ambiente, un’immersione percettiva ma impercettibile che non rappresenta semplicemente il reale ma lo attraversa, ridefinendo in profondità le connessioni che sussistono fra l’uomo, la natura, gli esseri viventi, e che ci rendono parte di un tutto.

«Gli oggetti – specifica l’artista – di per sé hanno un richiamo, ci invitano all’azione o evocano desideri, significati inconsci». Ad essere prediletta nella sua ricerca è una materia imperfetta – capelli figurati, ceramica grezza – che sembra rifiutare ogni estetica industriale: l’arte si fa vulnerabile, autosvelamento di un corpo che abita poeticamente lo spazio nel senso fenomenologico del termine. «Autori come Merleau Ponty, Francesca Woodman o correnti legate all’ecofemminismo sono parte della mia ispirazione – spiega – ragionamenti o letture da cui poi, un progetto può nascere». Centrale nella sua produzione è la riflessione sulla figura del femminile aperta, politica, relazionale, non un’essenza fissa o biologicamente determinata. Una figura che  storicamente si è costituita a partire da un paradigma occidentale centrato sull’uomo bianco, eterosessuale e maschile, che ha stabilito cosa è desiderabile, cosa è degno di rappresentazione, e quali corpi sono visibili.

«Da questo paradigma fortemente cartesiano – chiarisce Rugnone – nascono in realtà gli scarti, le donne, la natura, gli animali. Immergersi in queste ambivalenze e dicotomie che si creano nella società e nascono dal definire equivale a interrogare le categorie che sorreggono la nostra visione, metterle in discussione». Rispetto al mondo che siamo abituati a vivere, le sue immagini sono altrove, escluse dall’oggettività e dal controllo, poichè l’oggettività stessa è una costruzione parziale, che nasce da un atto di separazione. Da qui, in serie come Sacer La mostruosità del sacro, un’indagine che riguarda anche la sacralità intesa, specifica l’artista, «come discorso di tenere insieme gli opposti, la parte sensibile e razionale».

Un soggetto intersezionale che dunque rompe i binarismi esistenti, non domina il mondo ma vi partecipa, non osserva da fuori ma è coinvolto, tangibile, esposto e da cui emerge – in lavori come Rehuman, Human Nature o Traccia Animale – un viscerale rapporto strutturale con la natura, di cui troppo spesso sembriamo dimenticarci. In Fai la brava, installazione finalista di The Talent Prize 2025, nata dal dialogo con l’attivista iraniana Pegah Moshir Pour, Rugnone affronta il linguaggio come strumento di oppressione, sebbene proveniente da culture apparentemente inconciliabili. Attraverso una tensione tra simbolo e funzione concreta, le dieci cesoie, incise con frasi in persiano e in italiano superficialmente innocue – “Fai la brava”, “Quando avrai un figlio, cambierai”, “Una ragazza non ride troppo” “Quando fai così diventi brutta”, “Si ma sorridi” – richiamano stereotipi e imposizioni patriarcali, traslandosi in potenti simboli di emancipazione.

Alla genesi del lavoro dalla duplice identità, la simbologia dei capelli, assenza presentificata e fortemente politicizzata che traspare dall’opera. Femminilità, vanità, appartenenza sociale: tagliarli è in ogni caso un gesto di ribellione. Incidere queste parole sugli strumenti di taglio significa riconoscere il dolore che esse provocano, ma anche affermare la volontà di estirparle dal tessuto sociale e culturale. «Sono di origine palermitana – confessa – e Santa Rosalia è per Palermo un’icona. Leggendo la sua storia, ho scoperto che in occasione delle sue nozze si era presentata con le trecce tagliate. L’azione mi ha richiamato l’oggetto suggerendomi l’immagine delle cesoie, che ho preferito alla forbice comune perché al contrario, si utilizza per ricavare lana e di conseguenza ha una forte connotazione animale, ricolloca l’uomo nelle sue origini; l’atto di tagliare i capelli mi ha invece rievocato le manifestazioni in Iran delle donne, forma di protesta silenziosa ma potentissima. Le cesoie implicano così la necessità di voler porre un confine, un voler tagliare frasi che tagliano». Le due storie di sacrificio e affermazione si sono fuse in immagini e vissuti lontani, evocando un rituale quasi performativo che, nel limine che unisce e separa, è autodeterminazione, libertà, punto di rottura e rinascita.

1987 Nasce a Prato
2018 Dopo una formazione filosofica, grazie alla borsa di studio dell’Ente Cassa di Livorno, frequenta il master in grafica e stampa d’arte alla Fondazione Il Bisonte
2019 Conclude il progetto fotografico Human Nature precedentemente selezionato dal SiFest-off di Savignano, esponendolo allo Studio 38 Contemporary Art Gallery di Pistoia
2021 Residenza d’artista alla Fondazione il Bisonte. Pubblica il volume La comune discendenza, Metilene edizioni
2024 Partecipa ad ArtVerona, Visioni oltre a cura di Alessia Pietropinto per Momart gallery di Matera e a Corpus Naturae alla Soho House di Roma