La Biennale di Istanbul, tra le rassegne di arte contemporanea più importanti a livello internazionale, attraversa una fase di profonda turbolenza che ha portato alla chiusura anticipata della sua 18ª edizione. Il progetto, pensato come un percorso triennale articolato in tre fasi, si è fermato alla sola prima tappa, svolta dal 20 settembre al 23 novembre 2025 in otto sedi cittadine, interrompendosi molto prima del previsto.

Photo: Sahir Ugur Eren



A ufficializzare lo stop è stata l’Istanbul Foundation for Culture and Arts (İKSV), che ha comunicato la conclusione della Biennale The Three-Legged Cat a soli due mesi dall’apertura. Alla base della decisione, le dimissioni per motivi personali della curatrice Christine Tohmé, che aveva concepito un modello curatoriale esteso nel tempo, lontano dal formato tradizionale concentrato in poche settimane. L’idea era quella di ripensare la Biennale come un processo continuo, affiancando alla mostra iniziale attività di ricerca e formazione negli anni successivi. Un’impostazione innovativa che, però, si è scontrata con criticità strutturali e organizzative, mettendo in discussione la sostenibilità del progetto.


Le difficoltà attuali si inseriscono in un contesto più ampio di tensioni interne. Già nel 2023, la nomina della curatrice Iwona Blazwick, scelta dall’IKSV in contrasto con le indicazioni del comitato consultivo, aveva sollevato polemiche sulla trasparenza della governance, portando allo slittamento dell’edizione 2024 al 2025. Nonostante una buona risposta di pubblico, la Biennale non è riuscita ad andare oltre la prima fase, lasciando incompiuta la visione triennale. Ora lo sguardo è rivolto alla 19ª edizione prevista per il 2027, mentre l’IKSV è chiamata a ricostruire la fiducia di artisti, istituzioni e pubblico internazionale. Il caso della Biennale di Istanbul diventa così emblematico delle sfide che oggi affrontano le grandi manifestazioni d’arte contemporanea, sempre più chiamate a coniugare innovazione, stabilità e trasparenza istituzionale.


