Power 100, la geografia dell’arte guarda lontano dall’Occidente

Per la prima volta nella storia della classifica di ArtReview un artista africano, Ibrahim Mahama, raggiunge la vetta della Power 100. Nel complesso, l’edizione 2025 ridisegna le mappe del potere culturale

La Power 100 2025 di ArtReview porta in cima un nome che segna una svolta profonda nel racconto dell’arte contemporanea: Ibrahim Mahama. Artista ghanese noto per le sue installazioni monumentali realizzate con sacchi di juta e materiali di recupero, Mahama è un interprete lucido delle dinamiche postcoloniali che attraversano il continente africano. La sua ascesa, dalla posizione 14 del 2024 al primo posto nel 2025, è più di un riconoscimento personale: è il segno tangibile di un cambio di paradigma.

Il primato di Mahama infatti non riguarda soltanto il valore estetico del suo lavoro. Riflette il ruolo dell’artista come catalizzatore di infrastrutture culturali alternative. I centri da lui fondati a Tamale – Red Clay Studio, SCCA e Nkrumah Volini – sono sì spazi espositivi, ma sono anche concepiti per ripensare le condizioni di possibilità della produzione artistica. È questo intreccio tra pratica, pedagogia e istituzionalità dal basso a rendere emblematico il suo successo: un modello che oggi influenza reti, biennali e collettivi anche al di fuori dell’Africa occidentale.

Un termometro per il mondo dell’arte

Per comprendere la portata di questa svolta occorre tornare alla natura stessa della Power 100, pubblicata dal 2002 come strumento per intercettare le traiettorie dell’influenza culturale oltre il mero mercato. La giuria internazionale – circa trenta esperti provenienti da diversi contesti geografici e professionali – valuta l’impatto sulla produzione artistica dell’anno, la capacità di incidere su comunità e istituzioni e la risonanza globale dell’azione di ciascuna figura. Ne deriva un termometro delle trasformazioni del settore, capace di registrare l’emersione di nuovi poli culturali e, soprattutto, il progressivo ridimensionamento dei modelli occidentali tradizionali.

Gli highlights della Power 100 2025

In questo senso, nell’edizione 2025 emergono figure che incarnano una pluralità di strategie e visioni. Subito dopo Mahama, al secondo posto, si colloca Sheikha Al-Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al-Thani, presidente di Qatar Museums, che continua la sua decisa scalata dai ranghi inferiori della classifica (era 21ª nel 2024). Il suo ruolo nella costruzione di un ecosistema museale espansivo e fortemente finanziato riflette l’intenzione del Golfo di diventare centro propulsore dell’arte globale. Segue, in terza posizione, Sheikha Hoor Al Qasimi, direttrice della Sharjah Biennial e fondatrice della Sharjah Art Foundation: una figura cardinale nella ridefinizione del rapporto tra arte, comunità e geopolitica culturale. La sua discesa dal primo posto del 2024 può essere letta non come un arretramento, ma come la stabilizzazione di un’influenza che ormai trascende il ranking, incarnando uno dei modelli curatoriali più discussi e imitati dell’ultimo decennio.

Ma la lista offre anche uno spaccato delle dinamiche interne ai sistemi dell’arte più consolidati. Tra i funder, spicca l’avanzata di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, ora 36ª, che prosegue nel rafforzamento internazionale della sua Fondazione torinese. Significativo anche il balzo di Miuccia Prada, 32ª, il cui impegno nel sostenere la produzione artistica in un’epoca di contrazione strutturale del sistema museale europeo appare sempre più determinante. Sul fronte opposto, le gallerie storiche mostrano segnali di affaticamento: Marc Glimcher, guida della Pace Gallery, scende al numero 84 dopo una lunga stagione di centralità. Il suo posizionamento segnala un mercato in riconfigurazione, in cui le grandi gallerie, pur restando attori decisivi, devono confrontarsi con reti indipendenti, fondazioni private e nuove istituzioni emergenti nel Sud globale.

L’edizione 2025, nella sua eterogeneità, sembra indicare una direzione chiara: la centralità dell’artista come costruttore di mondi e istituzioni, la crescita di nuovi poli culturali tra Africa, Medio Oriente e Asia, l’erosione di un sistema occidentale in cerca di nuovi equilibri. Dalla presenza di figure come Wael Shawky (4°), Ho Tzu Nyen (5°) e Julie Mehretu (13°), fino alle pratiche investigative di Forensic Architecture (9°), emerge un’arte che non si limita a rappresentare il presente, ma lo analizza, lo critica e lo ricostruisce. In questo senso il primato di Mahama non è un punto di arrivo, ma l’indice di una trasformazione in atto.

Qui la lista completa di ArtReview.