Considerata tra le figure più potenti del mondo dell’arte, la sceicca Hoor Al Qasimi, curatrice della Biennale di Sharjah dal 2003 e fondatrice nel 2009 della Sharjah Art Foundation, ha contribuito a dare un forte segnale di rinnovamento al sistema dell’arte in Medio Oriente. Con l’obiettivo di incoraggiare lo scambio e il dialogo artistico internazionale, ha trasformato la Biennale di Sharjah in un punto di riferimento fondamentale per artisti e istituzioni culturali dell’area del Golfo. Negli anni, infatti, la Fondazione da lei istituita, è diventata un ponte tra Oriente e Occidente, e ha dato nuovo impulso alla scena culturale degli Emirati Arabi, attraverso la riqualificazione di edifici storici del territorio e con la promozione di mostre ed eventi di portata internazionale. Grazie al suo impegno nel tentativo di fornire prospettive alternative a quella eurocentrica, Hoor Al Qasimi ha portato avanti, attraverso la sua ricerca, progetti curatoriali che promuovono il dialogo e favoriscono dinamiche interculturali. L’edizione 2025, in corso fino a giugno, esplora con il titolo to carry la comprensione dell’incertezza collettiva e individuale, esploìrando storie intergenerazionali e modalità di eredità.

Come presidente e direttrice della Sharjah Art Foundation, lei è costantemente in contatto con artisti di altre culture. Cosa significa decentrare lo sguardo occidentale?
È un enorme privilegio lavorare con così tanti artisti e curatori di tutto il mondo attraverso la Sharjah Art Foundation. Per me, decentrare significa sfidare le narrazioni dominanti che storicamente sono state inquadrate attraverso una lente storica dell’arte eurocentrica e sostenere le voci del Sud globale, allontanandosi da un quadro di comprensione occidentale, permettendo agli artisti di parlare alle loro condizioni e attraverso il loro contesto.
Nel 2023, la Biennale di Sharjah si è concentrata proprio sul soggetto postcoloniale, con il titolo Thinking Historically in the Present. Come ha sviluppato il tema in questi anni?
In tutti i miei progetti curatoriali e di ricerca, sono interessata alle narrazioni storiche, a ciò che possiamo imparare dai nostri antenati e a come questo si rapporta alla nostra situazione attuale. Ho imparato molto da mio padre, che è uno storico e che ha sostenuto la necessità di raccontare le nostre storie e di mettere in discussione le narrazioni esistenti e gli stereotipi che ci sono stati imposti. Così, quando ho lavorato con Okwui Enwezor per realizzare la Biennale di Sharjah del 2023, è stato lui a suggerire il titolo Pensare storicamente nel presente. Enwezor non è stato in grado di realizzare la sua mostra per la Biennale di Sharjah 15, ma ho usato il titolo da lui proposto e ho curato la mostra usando anche le parole chiave postcoloniali che mi ha lasciato.

L’approccio occidentale è ancora filtrato dal suo passato nel trattare argomenti controversi. In un’intervista del 2016, ha dichiarato di voler abbattere le distinzioni tra i Paesi di provenienza dei singoli artisti. Come ha concretizzato questo desiderio nella pratica curatoriale degli ultimi anni?
È vero, alla Sharjah Art Foundation non categorizziamo gli artisti in base alla loro nazionalità o geografia, né abbiamo padiglioni nazionali. Al contrario, nel nostro approccio curatoriale ci concentriamo sulle connessioni tra pratiche, idee ed esperienze vissute. Le nostre mostre e i nostri programmi sono concepiti per favorire gli scambi interculturali, consentendo ad artisti di diversa provenienza di impegnarsi in un dialogo significativo.

In che misura la consapevolezza dell’In-Betweenness si sta diffondendo nel settore delle arti visive e nella gestione delle collezioni?
Credo che le identità, le storie e le pratiche artistiche non possano sempre essere confinate in categorie fisse. L’idea di “in-betweenness”, di co-esistenza tra culture, discipline e storie, sta diventando sempre più importante nel discorso artistico contemporaneo. C’è una crescente consapevolezza della necessità di contestualizzare le opere e di abbracciare prospettive multiple.


Quali sono, ad oggi, le realtà che stanno funzionando meglio nel tentativo di decolonizzare lo sguardo sulle arti visive?
Credo che ci sia un grande interesse da parte dei curatori e delle istituzioni internazionali a conoscere le pratiche artistiche di tutto il mondo, alcuni ci arrivano da una prospettiva informata e altri con uno sguardo specifico. Non sono sicura che siamo in grado di decolonizzare lo sguardo sulle arti visive, ma credo che i momenti di incontro e di apprendimento reciproco nel tempo siano un buon modo per farlo. Per quanto mi riguarda, credo nelle discussioni intergenerazionali, negli artisti che lavorano con le comunità locali e regionali per creare uno spazio sicuro per lo scambio. Non si tratta sempre di un numero elevato di visitatori, ma di pochi che beneficiano di queste esperienze in modo autentico e personale.

Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un aumento dei movimenti attivisti che hanno cercato di aumentare la consapevolezza della loro condizione fino ad allora subalterna. Per quanto riguarda le pratiche artistiche, quali riflessioni si sono aperte?
L’arte è sempre stata uno spazio di riflessione e resistenza. Il ruolo dell’artista è in continua evoluzione, non è un semplice osservatore ma partecipa alla formazione del discorso socio-politico. Allo stesso tempo, le istituzioni artistiche stanno ripensando il loro ruolo e stanno andando oltre i tradizionali modelli espositivi per diventare piattaforme di dialogo e cambiamento.

I colossi del mercato, le case d’asta e i grandi musei occidentali si stanno aprendo sempre di più agli Emirati Arabi. Qual è il peso dell’Occidente in questa crescita esponenziale?
È chiaro che i leader del mercato dell’arte, i collezionisti e le istituzioni occidentali si stanno aprendo maggiormente al mondo arabo. Sebbene questo crescente interesse da parte dell’Occidente sia complessivamente positivo, il fattore più importante è che gli artisti e le istituzioni qui conservano la facoltà di gestire le loro opere e le loro interpretazioni. C’è spazio per diversi tipi di istituzioni e progetti, come in altri Paesi e città del mondo, e ognuno di noi ha un ruolo da svolgere.


