Mercato, il valore delle artiste cresce. Ma il ritardo è narrativo

Le quotazioni delle artiste donne sono in forte aumento sul mercato secondo i dati Sotheby’s Mei Moses. Eppure il divario con gli uomini resta ampio, segno di una storicizzazione ancora in corso

Negli ultimi dieci anni le quotazioni delle artiste sembrano essere andate incontro a un’ascesa. Lo ha confermato un’analisi del database Sotheby’s Mei Moses, che sottolinea come, dal 2014 a oggi, il valore delle opere firmate da donne sia cresciuto di circa il 75%. Una curva in netta accelerazione, che però convive con un altro dato: appena il 6% delle opere vendute oltre i dieci milioni di dollari appartiene a mano femminile. Siamo lontani, insomma, dalle cifre stellari sfiorate da artisti uomini, pur tenendo conto delle divergenze in termini di storicizzazione, l’asset primario che governa le quotazioni. In ogni caso, la crescita delle artiste pare un buon segnale: diamo uno sguardo ai numeri.

Basta scorrere i risultati delle aste più recenti per farsi un’idea di questo scenario. Il nome che domina la classifica femminile è quello di Frida Kahlo, con i 54,7 milioni di dollari raggiunti da El Sueño (La cama), aggiudicato da Sotheby’s a New York: una cifra che è anche il risultato della sedimentazione dell’artista nell’immaginario globale. Subito dopo c’è Georgia O’Keeffe, che sfiora i 44,4 milioni con Jimson weed / White flower no.1, mentre la scultura Spider di Louise Bourgeois stabilisce a 32,8 milioni il primato tridimensionale femminile. A questi nomi si affiancano figure decisive della modernità e del contemporaneo, da Joan Mitchell, Tamara de Lempicka e Agnes Martin fino a Lee Krasner ed Élisabeth Vigée-Le Brun.

È chiaro che, a un primo sguardo, i risultati raggiunti dalle artiste segnalano una sproporzione rispetto alle cifre consacrate dagli uomini. Le tele iconiche di Edvard Munch, René Magritte, Paul Cézanne e Pablo Picasso si collocano stabilmente sopra i cento milioni di dollari, mentre le vette più alte restano appannaggio dei grandi maestri del canone moderno: i nudi di Modigliani raggiungono cifre che sfiorano o superano i 150 milioni, la Marilyn di Andy Warhol vola a 195 milioni, fino ad arrivare al vertice assoluto del mercato: il Salvator Mundi di Leonardo da Vinci, venduto per oltre 450 milioni di dollari. Recente anche l’exploit del Ritratto di Elisabeth Lederer di Gustav Klimt, battuto da Sotheby’s a 236,4 milioni.

Tuttavia l’asimmetria affonda le sue radici nei processi di storicizzazione. I nomi degli uomini hanno avuto il tempo di sedimentarsi nella storia dell’arte, in quegli stessi secoli durante i quali meccanismi di selezione, esclusione e canonizzazione hanno limitato l’accesso delle donne a formazione, committenze, spazi di visibilità. Così, il mercato oggi registra un ritardo prima di tutto narrativo: la crescita c’è, ma perché questa dia i suoi frutti occorre – anche qui – un processo di sedimentazione di quella consapevolezza condivisa che ha tolto alla “Storia” il suo primato a favore delle “storie”. La vendita milionaria dell’opera di Frida Kahlo fa quindi ben sperare, anche se il fenomeno globale costruitosi intorno all’artista messicana, ormai “pop” quanto un Warhol, poteva far auspicare qualcosa in più.

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