Il mito di Lucio Battisti all’asta da Finarte: anche opere pittoriche tra le aggiudicazioni

L'asta di Memorabilia organizzata da Finarte a Roma ha riacceso l'attenzione su un patrimonio inedito legato al celebre cantautore italiano

A quasi tre decenni dalla sua scomparsa, Lucio Battisti continua a occupare un posto centrale nell’immaginario culturale italiano. Se la sua eredità musicale rappresenta ormai un patrimonio condiviso, meno conosciuta è la complessità della sua produzione artistica e della sua dimensione personale. L’asta di Memorabilia organizzata da Finarte a Roma, conclusasi con oltre 200 mila euro di aggiudicazioni, ha offerto proprio questa prospettiva alternativa: non soltanto il compositore e interprete che ha rivoluzionato la canzone italiana, ma anche il giovane uomo che raccontava alla famiglia le difficoltà degli inizi e l’artista visivo che sperimentava forme espressive lontane dal pentagramma.

Tra i nuclei più ricercati della vendita figuravano le lettere autografe inviate ai genitori durante gli anni Sessanta. Scritte da Milano, Torino, Trani e persino dall’Olanda, dove Battisti si esibiva con le prime formazioni musicali, queste pagine restituiscono il ritratto di un ragazzo ancora distante dall’icona che sarebbe diventato. Vi compaiono i dettagli concreti della vita in tournée — pensioni economiche, lunghi spostamenti in automobile, cachet modesti, speranze professionali — ma soprattutto emerge una scrittura spontanea, capace di raccontare entusiasmo, fragilità e un profondo legame con la famiglia.

Accanto alle lettere erano presenti anche fogli di appunti, testi di canzoni in fase embrionale, schizzi e piccoli disegni che testimoniano una creatività già orientata verso linguaggi differenti. Il mercato ha risposto con grande interesse: il gruppo epistolare ha superato complessivamente i 35 mila euro, mentre il lotto più conteso ha sfiorato i 9 mila euro dopo una lunga serie di rilanci.

L’attenzione del pubblico, tuttavia, non si è limitata al valore storico dei documenti. La vendita ha infatti acceso un acceso confronto sul rapporto tra memoria privata e patrimonio culturale. Attraverso una lettera aperta diffusa agli organi di stampa, Grazia Letizia Veronese, vedova del cantautore, ha espresso una dura critica nei confronti della scelta di mettere all’asta la corrispondenza familiare, definendola una violazione della dimensione più intima dell’artista. Secondo Veronese, rendere oggetto di compravendita lettere destinate esclusivamente ai genitori significa sottrarre a quei documenti il loro significato affettivo, trasformando la sfera privata in merce da collezione.

Finarte ha risposto ribadendo di aver operato nel rispetto della figura di Battisti e richiamando un elemento destinato a cambiare la prospettiva del dibattito: un passaggio del testamento del padre, Alfiero Battisti. Nel documento, autorizzato dalla famiglia alla pubblicazione, viene infatti espresso il desiderio che quelle lettere fossero un giorno rese pubbliche affinché il pubblico potesse conoscere non soltanto il musicista, ma anche la sensibilità umana e il forte legame familiare del figlio. Una precisazione che introduce una questione più ampia, ovvero il confine tra diritto alla riservatezza, volontà testamentarie e valore documentario di materiali destinati, nel tempo, a diventare parte della storia culturale.

Se le lettere hanno rappresentato il cuore emotivo della vendita, il risultato economicamente più significativo è arrivato però da un’opera pittorica. La canzone della terra, olio su tela realizzato nel 1971 sul retro di un arazzo, è stato aggiudicato per 24.130 euro, diventando il top lot dell’intera asta. Conservato per anni nella casa dei genitori del cantautore ed esposto nel 2011 nella mostra Battisti, il tratto delle emozioni, il dipinto conferma come la ricerca visiva costituisse un interesse autentico e non episodico. L’opera appartiene a una produzione ancora poco indagata, nella quale Battisti sembra trasferire sulla superficie pittorica la stessa libertà sperimentale che caratterizza la sua musica. Non si tratta di una semplice attività amatoriale, ma di una pratica capace di attraversare materiali e linguaggi differenti, dalla pittura all’assemblaggio.

Lo dimostrano anche gli altri lavori presentati in asta. La macchina del tempo (1974), costruita con cassette della frutta che racchiudono il meccanismo di un vecchio orologio, è stata aggiudicata per oltre 8 mila euro, mentre Respirando (1976), Sognando e risognando (1971) e Prigioniero del mondo (1968) hanno ottenuto risultati che confermano l’interesse crescente dei collezionisti verso questa produzione parallela.