Mercato dell’arte, il 2025 segna la ripresa. Ma Deloitte avverte: «Non è un bene rifugio»

Alla presentazione del Report Art & Finance 2026, Ernesto Lanzillo invita a leggere con prudenza l'ottimo avvio del 2026, influenzato anche da aggiudicazioni straordinarie, mentre lo studio analizza i nuovi trend del mercato dell'arte

«Il 2025 è stato un anno di ripresa». Così Ernesto Lanzillo, Deloitte Private Leader Italia, ha introdotto la presentazione romana del Report 2026 – Il mercato dell’arte e dei beni da collezione, nona edizione dello studio realizzato da Deloitte Private Art & Finance. L’incontro si è svolto l’8 luglio all’Auditorium Deloitte e ha offerto un’analisi dello stato di salute del mercato internazionale dell’arte, soffermandosi sui risultati del 2025, sulle prime evidenze del 2026 e sui fattori destinati a incidere sulle prospettive del settore.

Dopo l’introduzione di Lanzillo, hanno spiegato i dati raccolti nello studio Pietro Ripa, Private Banker di Fideuram, e Roberta Ghilardi, Art & Finance Senior Manager. La presentazione è stata seguita da una tavola rotonda con Davide De Blasio, fondatore della Fondazione Made in Cloister, Marcello Minuti, coordinatore generale della Fondazione Scuola Nazionale del Patrimonio e delle Attività Culturali, Antonio Mirabelli, art advisor e giornalista, Emilio Pennacchio, fondatore di Casa Aemilia, e Clara Tosi Pamphili, consigliera di amministrazione della Quadriennale di Roma.

Lanzillo: «Nel 2025 ancora pochi gli effetti della riduzione dell’IVA»

Il dato più evidente emerso dal report riguarda l’andamento del mercato. «Emerge chiaramente come il 2025 sia stato un anno di ripresa, soprattutto nel secondo semestre, culminato in un primo semestre 2026 straordinario», ha osservato Ernesto Lanzillo, invitando però a leggere questi risultati con cautela. «Occorre fare due precisazioni. La prima riguarda il confronto con il primo semestre dello scorso anno; la seconda è legata ad alcune importanti aggiudicazioni che hanno inciso in modo significativo sull’andamento del mercato. Si tratta, tuttavia, di componenti non ricorrenti».

Lo studio, ha ricordato Lanzillo, mantiene un’impostazione consolidata, alternando l’analisi quantitativa dell’andamento dei mercati alle riflessioni di operatori ed esperti chiamati a interpretarne le trasformazioni. Tra gli elementi destinati a incidere sul prossimo futuro figurano anche le recenti misure introdotte in Italia. «Nel 2025 è stato difficile misurare gli effetti della riduzione dell’IVA, che ha reso l’Italia più competitiva, così come quelli del decreto di marzo che ha semplificato la circolazione delle opere. Sono fattori che possono rafforzare il mercato dell’arte e produrre effetti positivi non solo sulle case d’asta, ma anche sulle gallerie e, più in generale, sul mercato secondario».

Il mercato dell’arte passa per la cross-pollination e l’artification

L’interpretazione dei dati è stata affidata a Pietro Ripa, che ha invitato a leggere il mercato dell’arte come un sistema influenzato dalle grandi dinamiche economiche globali. «La finanza dell’arte non è una scienza esatta: i numeri indicano tendenze, non il valore assoluto del mercato», ha spiegato. Ripercorrendo gli ultimi anni, Ripa ha ricordato come il 2020 abbia imposto una rapida digitalizzazione alle case d’asta, mentre il 2022 abbia rappresentato un punto di massima espansione, grazie anche al fisiologico scarto temporale tra acquisizione delle opere e loro immissione sul mercato.

Tra le tendenze individuate già nella precedente edizione del rapporto, Ripa ha richiamato la cross-pollination e la polarizzazione del sistema: «Da un lato le case d’asta svolgono attività un tempo tipiche delle gallerie; dall’altro le gallerie ampliano la propria offerta con servizi legati al lusso». Un processo che si accompagna alla crescita del fatturato del comparto, aumentato nel 2025 del 14,8%. L’altra parola chiave è artification, definita come la progressiva inclusione nel mercato dell’arte di beni estranei alla critica artistica tradizionale, dai memorabilia ai fossili, fino ai graffiti. «Le case d’asta sono operatori di mercato», ha osservato Ripa, sottolineando come anche le single owner collection stiano assumendo un valore crescente, premiando l’identità complessiva di una raccolta più che le singole opere.

Ripa: «L’arte non è un bene rifugio»

Secondo Ripa, cambia anche il rapporto tra arte e investimento. «Le nuove generazioni non acquistano con finalità speculative e considerano la limitata trasparenza del mercato un elemento di rischio». Allo stesso tempo, ha invitato a ridimensionare l’idea dell’arte come bene rifugio, ricordando che negli ultimi anni il settore ha dovuto confrontarsi con asset più performanti, dall’oro al petrolio fino ai mercati tecnologici. «Nel 2025 Nvidia ha raggiunto una capitalizzazione di 5 mila miliardi di dollari, superiore al Pil della Francia: una dimostrazione di come i capitali si stiano orientando verso altri settori».

Lo scenario delineato dal report è stato completato dall’intervento di Roberta Ghilardi, che ha posto l’accento sull’evoluzione del collezionismo. «Ci aspettiamo una crescita del numero di persone in grado di investire, favorita anche dal passaggio generazionale. Entro il 2030 si stima che questo mercato movimenterà circa 100 miliardi di dollari all’anno». Secondo Ghilardi, il cambiamento riguarda soprattutto le motivazioni che guidano gli acquisti. «Sempre più giovani collezionisti acquistano opere per generare un impatto sociale e per riconoscersi nei linguaggi dell’arte contemporanea. È un approccio diverso rispetto al passato, quando prevaleva la ricerca dello status symbol». Una trasformazione che interessa anche le modalità di fruizione e vendita. La convergenza tra arte e lusso, ha spiegato, è ormai evidente sia nelle strategie di comunicazione — «basti pensare alla presenza di Nicole Kidman nelle campagne pubblicitarie di Christie’s», afferma Ghilardi — sia nell’evoluzione delle aste online, oggi sempre più vicine, per qualità delle opere offerte, a quelle tradizionali. Sul 2026, infine, la fotografia appare positiva, pur con le necessarie cautele. «Il primo semestre è stato eccezionale. La crescita è stata trainata soprattutto dai capolavori e dal valore raggiunto dalle aste live», ha concluso.

Quali sono le nuove vie del collezionismo

La tavola rotonda, moderata da Ernesto Lanzillo, ha spostato l’attenzione dalle dinamiche del mercato alle strategie culturali e ai modelli capaci di alimentare il collezionismo del futuro. Clara Tosi Pamphili ha ricordato come la sfida della Quadriennale di Roma, che nel 2026 celebrerà il proprio centenario, sia anzitutto quella di costruire una narrazione capace di rendere l’istituzione un punto di riferimento per il contemporaneo. In una città che fonda la propria identità su due grandi industrie culturali, il cinema e il Vaticano, entrambe legate alla forza del racconto, il collezionismo nasce anche dalla capacità di coinvolgere il pubblico. Da qui l’attenzione verso le nuove generazioni, lo sviluppo di strumenti innovativi, tra cui un nuovo sistema di archiviazione, e la volontà di trasferire il valore emotivo delle opere oltre il loro valore economico.

Sul rapporto tra arte e territorio si sono soffermati anche Emilio Pennacchio e Davide De Blasio, presentando due esperienze che interpretano il collezionismo come leva di trasformazione urbana. Pennacchio ha illustrato il progetto di Casa Aemilia, dove la collezione diventa il principio generatore dello spazio abitativo: non più opere inserite in un immobile, ma un’architettura ripensata a partire dalle opere stesse, affinché l’abitare si trasformi in una nuova modalità di fruizione dell’arte. De Blasio ha invece raccontato il percorso di Made in Cloister, progetto di rigenerazione urbana nato nel quartiere napoletano di Porta Capuana, che punta a valorizzare la vocazione del territorio e a creare una nuova domanda di arte, formando una nuova generazione di collezionisti e accompagnandola fin dalle prime acquisizioni.

Il dibattito si è concluso con una riflessione sul ruolo della comunicazione e della formazione. Antonio Mirabelli ha sottolineato come la valorizzazione delle opere passi anche attraverso la capacità di raccontarle, osservando che le collezioni più solide e museali contribuiscono ad accrescere il valore delle opere grazie alla loro autorevolezza e alla loro diffusione. Marcello Minuti ha invece richiamato l’attenzione sul tema delle competenze, evidenziando il ritardo dell’Italia rispetto al resto d’Europa nella diffusione delle competenze digitali di base e nei processi di digitalizzazione del patrimonio culturale. Una criticità che, secondo il coordinatore della Fondazione Scuola Nazionale del Patrimonio e delle Attività Culturali, può essere superata soltanto investendo nella formazione e nello sviluppo di un nuovo mindset digitale, anche attraverso gli strumenti messi a disposizione dal PNRR.