Ha inaugurato a Firenze e sarà visibile al pubblico sino al 25 gennaio 2026, quella che il direttore della Fondazione Palazzo Strozzi Arturo Galansino ha definito “impresa straordinaria”, una mostra interamente dedicata a Beato Angelico, protagonista assoluto della pittura fiorentina del primo Quattrocento. L’esposizione si articola tra il palazzo rinascimentale e il Museo di San Marco, presentando un ricco percorso di oltre 140 opere, tra dipinti, disegni, sculture e miniature, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private, italiane e internazionali.
Tra queste, il Louvre di Parigi, la Gemäldegalerie di Berlino, il Metropolitan Museum of Art di New York, la National Gallery di Washington, i Musei Vaticani, l’Alte Pinakothek di Monaco di Baviera e il Rijksmuseum di Amsterdam, oltre che da chiese, biblioteche e collezioni pubbliche e private italiane e straniere. Frutto di oltre quattro anni di ricerca, studio e restauri, l’ambizioso progetto è curato da Carl Brandon Strehlke, curatore emerito del Philadelphia Museum of Art, con Stefano Casciu, direttore regionale dei Musei nazionali della Toscana, e Angelo Tartuferi, direttore del Museo di San Marco.

Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio
Interessante e unico il confronto che ne scaturisce, con capolavori riuniti a Palazzo Strozzi dopo oltre duecento anni e messe in dialogo con maestri dell’epoca come Lorenzo Monaco, Masaccio, Filippo Lippi, e scultori come Ghiberti, Michelozzo e Luca della Robbia. Colpiscono subito i colori vividi – rosso, azzurro, rosa, verde – e soprattutto l’oro, onnipresente, insieme a quella luminosità intensa e riconoscibile, anche a distanza di quasi sei secoli, che annulla le ombre e rende le sue opere straordinariamente moderne, attuali.
Tra gli attori principali del Rinascimento a Firenze, l’artista nato nel Mugello in un’epoca estremamente felice per la storia dell’arte, è ricordato ancora oggi per la raffinatezza della sua pittura, per un segno scultoreo che comincia sensibilmente a emanciparsi dal tardo-gotico, con opere caratterizzate secondo i criteri della prospettiva geometrica, quella teorizzata dall’Alberti e messa a punto dal Brunelleschi. Cìò ne emerge, sono dipinti che rispecchiano la condizione di floridezza di cui il frate si fa portavoce e interprete come mistico di una grande cultura umanistica: un umanesimo che porta con sè non solo la centralità della figura umana, ma il valore intrinseco dell’individuo, con rappresentazioni di angeli eterei e un’immagine di Cristo reincarnata, tangibile, vera.


Beato Angelico, artista della luce e dello spazio
Nel segno dell’Angelico, che mai ostacola anzi sublima la propagazione della luce divina, l’interesse per la definizione spaziale lascia il posto a una scrittura epidermica e preziosa dove la natura rigogliosa e allegorica è la vera protagonista. Le citazioni agiografiche presenti non sono frutto di una scelta personale o estetica, bensì ricondubicibili alla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, vescovo domenicano di Genova vissuto nella seconda metà del 1200.

L’architettura è invece considerata come elemento che suggerisce uno spazio fisico, ambiente concreto in cui collocare sacralità e minuziosi simboli: la colonna crisistica, la rondine, la finestra icona di verginità, poichè chiusa, inaccessibile, con la sola luce che però può penetrarla. Una luce che sembra provenire da lontano e che di certo, non appartiene a questo mondo, ma che ci ricorda che forse, la bellezza può esistere ancora, anche se forse, non più su questa terra.


