«Ho pianto. Ho pianto perché il mio lavoro non meritava questo. Roma non doveva punirmi così, quando ho visto le fotografie del crollo ho provato spavento per la distruzione della mia opera, ma soprattutto dispiacere per come questa città mi sta trattando. È una vergogna». Conosco Mario Ceroli da tempo. Ho girato un documentario per la Rai dedicato a lui. Un’occasione che mi ha consentito di conoscerlo meglio e di entrare più a fondo nel suo universo, nel suo modo di essere artista e uomo. Un’esperienza che poi mi ha fatto un altro dono: scoprire quella meraviglia che è la sua Casa Museo. Lo chiamo per il crollo della sua opera esposta dinnanzi allo stadio Flaminio di Roma, che era malandata da tempo immemore e transennata per il pericolo di crollo da anni. Lo chiamo per sapere come sta e trovo un uomo profondamente colpito: «Ho pianto. Ho pianto quando ho visto quello scempio», mi ripete.
E come ha fatto nel documentario, comincia il racconto del crollo parlandomi del suo amore per la città eterna. «Io sono abruzzese – dice – ma Roma mi ha adottato da subito con il suo fascino, come una madre eterna e generosa. Per questo non mi capacito di quello che è successo. Non riesco a capire come un’opera che ho donato alla città sia stata lasciata in uno stato di abbandono fino a farla crollare».

Ma si è fatto sentire qualcuno, chiedo. «Non si è fatto sentire nessuno. Non mi ha chiamato nessuno, né dalla città né da altre istituzioni. L’unico che si è fatto sentire è il Ministro della Difesa Guido Crosetto».
Un silenzio che non sorprende Ceroli, ma che lo addolora. «Quest’opera l’ho donata alla città di Roma più di 35 anni fa. In tutti questi anni ho assistito a un degrado progressivo. Ho chiesto a tutti i sindaci che si sono succeduti di fare qualche cosa, ma nessuno ha agito. Ho chiamato quelli che mi avevano aiutato a costruirla, per restaurare il legno lamellare di cui è fatta l’opera, per fare manutenzione per risistemarla, eppure non è servito e non è successo nulla».
Poi, con la sua voce bassa, torna a parlarmi di quella che forse è la sua più grande delusione amorosa. «Tu hai fatto un documentario sul mio essere artista e sul mio legame con Roma, quindi sai quanto sono legato a questa città, ma questo è veramente un dolore grande che non pensavo di meritare. Te lo ripeto: quanto ho visto quelle immagini di abbandono e distruzione ho pianto. Spero che a questo punto qualcuno si presenti e mi dica cosa fare. Non posso credere che la Capitale d’Italia lasci un’opera donata in questo stato. È una vergogna per la città e per me un dolore grande».
Chiudo la telefonata provando molto affetto per Mario e la condivisione di un sentimento di tristezza che, ne sono sicuro, avverte chiunque provi amore per la città più bella del mondo. No, non se lo meritava e non è solo per il crollo di un’opera donata alla città: è il dolore nel constatare la mancanza di sensibilità nei confronti di un artista importante e soprattutto il dolore, che neppure stupisce più, nel vedere come si gestisce la cosa pubblica. Se Goal, così si chiama l’opera di Mario Ceroli (era dedicata ai mondiali di Roma 90), fosse stata nel giardino di uno dei sindaci che ha governato Roma in questi 35 anni sarebbe stata lasciata morire così? E purtroppo sull’elenco delle cose lasciate andare in malora, giusto per restare a Roma, ce n’è un’altra non lontanissima dal crollo. È Il teatro in legno ispirato a quello shakespeariano, il Globe. Situato a Villa Borghese e diretto per anni da Gigi Proietti è inagibile dal settembre 2022 a causa di un crollo che ne ha causato il sequestro e l’interruzione delle attività. Era un regalo a Roma della Famiglia Toti, un bene pubblico. Finirà, salvo miracoli, come il Goal del mio amico Mario Ceroli.



