César Manrique, l’uomo che insegnò a Lanzarote a non tradire se stessa

di Guido Talarico

Lanzarote, dove il vento ha imparato a parlare con la lava, è il posto giusto per capire chi sia stato davvero César Manrique. Non basta definirlo pittore, scultore, designer, urbanista dell’immaginazione. Bisogna camminare sull’isola, attraversarne i neri assoluti, le case bianche, le curve basse dei muri, per rendersi conto che qui Manrique non è stato soltanto un autore di opere: è stato un autore di sguardi. La sua impronta non si misura solo nei luoghi che portano la sua firma, ma nel modo in cui Lanzarote si lascia vedere. E allora si capisce che il suo talento più raro non è stato semplicemente creare bellezza, ma convincere un’intera comunità che la bellezza andasse difesa.

A Tahíche, nella casa costruita sopra una colata lavica e scavata dentro cinque bolle vulcaniche, si entra come dentro un manifesto. La superficie bianca riprende la tradizione dell’architettura locale; il livello inferiore, ricavato nella roccia, sembra invece obbedire a un pensiero quasi futurista. In realtà è qui che si scioglie il presunto paradosso di Manrique: architetto e artista nello stesso gesto, progettista dello spazio e regista dell’emozione. Non concepiva gli edifici come oggetti da imporre al paesaggio, ma come organismi da far nascere dal paesaggio stesso. La sua modernità, a Lanzarote, non ha mai avuto il volto dell’arroganza; aveva quello più difficile dell’ascolto.

Anche la sua pittura nasce da questa fedeltà sensibile all’isola. Nei quadri materici e nelle sculture mosse dal vento il vulcano, il sale, la luce e l’aria tornano come elementi primari. Manrique non separa mai le arti: dipinge come chi costruisce, costruisce come chi scolpisce, scolpisce come chi vuole rendere abitabile un’emozione. È questa continuità a spiegare perché a Lanzarote persino un muro, una rotonda, una finestra o un giardino possano sembrare parte di un’unica partitura.

Basta salire al Mirador del Río per capire quanto radicale fosse questa visione. Lassù, sull’orlo del Risco de Famara, l’architettura quasi scompare. Si mimetizza nella pietra, si lascia divorare dalla montagna e poi, all’improvviso, apre due grandi occhi sul vuoto e sul blu dell’arcipelago Chinijo. Manrique non costruisce contro la natura, ma con la natura e perfino per la natura: il paesaggio diventa il protagonista, l’edificio soltanto il dispositivo che insegna a guardarlo. È un’idea altissima di architettura, perché rinuncia all’ego del monumento per scegliere la discrezione dell’incontro.

Lo stesso accade ai Jameos del Agua, dove il tubo vulcanico non viene addomesticato, ma esaltato; e nel Jardín de Cactus, nato dal recupero di un’antica cava degradata, trasformata in anfiteatro vegetale e scultura abitabile. In Manrique l’arte pubblica non separa mai l’estetica dall’etica. Lui stesso parlava di “arte totale”: una formula che qui significa fondere architettura, giardino, design, paesaggio, luce, memoria contadina. Ogni intervento è insieme invenzione formale e restauro morale del territorio. Per questo a Lanzarote le sue opere non appaiono come attrazioni turistiche nel senso banale del termine, ma come capitoli di una pedagogia civile.

È in questa pedagogia che affonda la dimensione più sorprendente di Manrique: quella dell’attivista. Molto prima che l’ecologia diventasse linguaggio comune, lui aveva intuito la fragilità estrema di Lanzarote. Già negli anni Sessanta parlava con preoccupazione della “valanga” di turisti in arrivo; negli anni Settanta e Ottanta scese in piazza contro la proliferazione dei complessi alberghieri e denunciò apertamente i rischi della crescita indiscriminata. Non si limitò a decorare l’isola: litigò con il potere, sfidò costruttori e amministratori, trasformò la propria autorevolezza artistica in una forza politica e morale. Fu un precursore dell’ecologismo, non un teorico da salotto, ma un uomo che aveva capito che il paesaggio è una questione pubblica.

Oggi, osservando Lanzarote, si coglie fino in fondo la portata della sua visione. L’isola è stata nominata Riserva della Biosfera UNESCO nel 1993, e la sua immagine internazionale continua a poggiare proprio su quel delicato equilibrio tra infrastruttura turistica e ambiente naturale che Manrique aveva cercato di imporre come modello. Non stupisce, allora, che venga percepita come una delle isole meglio preservate delle Canarie. Certo, le tensioni del presente esistono. Ma rispetto a molte altre geografie costiere del Mediterraneo e dell’Atlantico, Lanzarote conserva ancora una sorprendente coerenza estetica: l’orizzontalità delle case, il bianco delle facciate, l’assenza di verticalità aggressive, il rispetto per il vulcano come identità e non come sfondo da cartolina. È il risultato di una pressione culturale prima ancora che urbanistica.

La verità è che César Manrique ha fatto qualcosa di rarissimo: ha inventato un’idea di sviluppo che non passasse dalla distruzione del carattere dei luoghi. Ha dimostrato che un artista può essere anche architetto del paesaggio, e che un architetto, per essere davvero contemporaneo, deve possedere l’immaginazione morale dell’artista. A Lanzarote il suo lascito non coincide soltanto con edifici, belvederi, giardini o fondazioni. Coincide con una disciplina dello sguardo, con una forma di responsabilità collettiva, con la persuasione che abitare significhi custodire. In un tempo che continua a consumare territori con impressionante velocità, l’isola di Manrique appare come una lezione ancora apertissima: la bellezza non è un lusso, ma un limite. E qualche volta, il più lungimirante dei progetti è proprio quello che decide di fermarsi prima di rovinare tutto