Mito e poesia continuano ad intrecciarsi nei suggestivi ambienti di Galleria Borghese. Poemi della terra nera, a cura di Cloé Perrone, è in assoluto la prima mostra italiana di Wangechi Mutu: rimodellando le narrazioni della femminilità a partire dagli intrecci della storia dell’arte, l’artista keniota-americana costruisce figure fantascientifiche, aliene e a tratti scabrose, definite dalla loro capacità di agire. Resilienza e rigenerazione, creazioni immaginifiche che si fondono con entità storiche, in presenze che – come specificato dalla curatrice – «si inseriscono all’interno dell’istituzione ma senza imporsi».


Ancor prima del discorso artistico fine a sé stesso, ad essere davvero interessante è il concetto espositivo che, spiega la direttrice Francesca Cappelletti durante la conferenza stampa di presentazione dell’esposizione aperta al pubblico sino al 14 settembre 2025, «non intralcia la visione della collezione permanente, poichè tutto è sospeso a terra o in aria. In questo modo, cerchiamo di attirare l’attenzione verso l’alto e verso il basso, integrando il progetto con il discorso creativo dell’artista». In questo modo, la collezione non è celata ma arricchita e nuove modalità di percezione aprono lo sguardo dei visitatori, in un vortice continuo che richiama antichi riti ancestrali.


Le opere di Wangechi Mutu attingono all’antropologia, a paesaggi interiori e del suo vissuto, al rinnovamento, alla spiritualità, ai suoni e al mondo animale: specchi frammentati in cui possiamo riconoscersi, non nella convergenza ma nella molteplicità. La forza del suo messaggio è in quella violenza perpetuata che le statue sembrano urlare, in quella materiale così urlante e poroso da sembrare carne. «Il suo linguaggio, senza cambiare nulla ma nutrendosi solo delle radici culturali africane è in grado di trasportare in mondo diversi, in luoghi in sintonia con la cultura attuale. Ci interessava la possibilità di sviluppare questa connessione, avere all’interno del museo linguaggi e materiali totalmente diversi» continua Cappelletti.
Wangechi Mutu, l’arte come atto di guarigione
Con ibridi visionari, Mutu rielabora le ferite della storia coloniale rompendone la logica binaria e gerarchica, ed è solamente così che l’arte diventa un atto di guarigione: le sue installazioni non cercano in alcun modo di nascondere i traumi del mondo, ma anzi, orgogliosamente li mettono in scena. Confini biologici e identitari si dissolvono e scompaiono, lasciando posto a una liturgia visiva dove l’armonia non è data dalla somiglianza, ma dalla consapevolezza delle interconnessioni. Siamo parte di un tutto che respira, che cambia e può rinascere, solo se abbracciamo l’alterità come parte di noi, ciò che siamo e che potremmo essere, se solo smettessimo di temere l’altro.



