Un film racconta l’arte come antidoto alla guerra

A esplorare la potenzialità dell'arte come strumento di dialogo è il film "Art of Diplomacy", ma sono molti gli esempi ancora più attuali

Il film Art of Diplomacy, diretto da Zeca Brito nel 2023, propone il recupero di un evento passato per molto tempo inosservato: la mostra, tenutasi alla Royal Academy di Londra nel 1944, dedicata all’arte modernista brasiliana. Il caso offre tutt’oggi un fecondo spunto di riflessione sul ruolo della cultura quale invito al multilateralismo nel contesto bellico.

L’esposizione fu un’occasione per riposizionare il Brasile nell’immaginario internazionale come promotore di idee culturali, non solo di materie prime, e allo stesso tempo servì per mostrare il sostegno del paese sudamericano agli Alleati: i ricavati della vendita delle opere furono infatti destinati alla Royal Air Force. Il gesto diplomatico contò oltre cento mila visitatori, ai quali si aggiunse ben due volte la famiglia reale inglese. Questo evento, anche se poco noto, è un felice esempio di come l’impegno artistico sia un gesto politico e provocatorio che insorge puntuale a ogni ritorno ciclico di correnti totalitarie.

Dipingere per salvarsi: Cardoso Junior e Carlos Sciliar

La mostra del 1944 si definisce modernista solo per convenienza: l’antropofagia culturale unita alla genuina originalità degli artisti diede vita a una pluralità di opere che si oppose all’omologazione estetica imposta dai regimi dittatoriali. In particolare un’opera di José Cardoso Junior, Elas se divertem, spiccò per la sua contemporaneità. La serenità della spiaggia, dipinta con dolci toni pastello, viene messa in dubbio da un dettaglio decisivo: l’assenza degli uomini. Sono partiti per la guerra? Cosa provano le donne ritratte in uno stato di apparente calma? Il quadro lascia una serie di interrogativi aperti.

L’arte come antidoto alla guerra è centrale anche per Carlos Scliar. Ebreo, omosessuale e comunista, nel 1944 prende parte alle truppe inviate in Italia: qui, a contatto con la distruzione, trova conforto nei disegni attraverso i quali rielabora il mondo intorno a sé, riducendo la realtà a linee essenziali che la rendono comprensibile, sopportabile, addirittura bella. L’autore classifica queste opere come “disegni della salvezza”. Come Scliar, ancora oggi numerosi artisti sono impegnati nei conflitti bellici: nella guerra in Ucraina sono già morti oltre cento tra poeti, musicisti e pittori.

L’arte delle guerre di oggi

Così l’arte supera i confini estetici per diventare una forma di resistenza che restituisce l’esperienza bellica e le sue conseguenze, facendosi strumento di riscatto e di autodeterminazione dei popoli oppressi: un discorso che oggi, purtroppo, è particolarmente vivo. È il caso della Biennale di Gaza, progetto che attraverso il coinvolgimento di gallerie e musei in tutto il mondo vuole dar risonanza alla voce di oltre 40 artisti palestinesi, per mostrare l’influenza della guerra sulla produzione artistica e sullo spirito umano.

Il supporto fotografico nelle guerre odierne diventa strumento privilegiato di condivisione: ne è un esempio la mostra Can you smile for me? L’infanzia sperduta ospitata al MAXXI di Roma nel 2024 in occasione dell’anniversario dell’invasione russa in Ucraina. Attraverso queste iniziative è evidente più che mai il valore dell’arte quale atto di creazione nel mondo, non statica rappresentazione ma azione che agisce attivamente nella trasformazione della società. L’arte come possibilità di dialogo permette di immedesimarsi nell’altro, creando connessioni e ponti che si contrappongono alle spaccature della guerra.