Un alfabeto per un mondo che scompare

A LUMA Arles Camille Henrot si interroga con un nuovo video su ciò che resterà del mondo che consegniamo ai nostri figli

A LUMA Arles, Camille Henrot porta in scena con In the Veins una delle contraddizioni più profonde del nostro presente: crescere dei bambini in un mondo in cui molte delle forme di vita che impariamo a conoscere stanno lentamente scomparendo. Gli animali, del resto, fanno parte dell’immaginario dell’infanzia fin dall’inizio. Sono nei libri illustrati, nei giocattoli, nelle filastrocche, negli alfabetieri attraverso cui impariamo a dare un nome alle cose.

Ma cosa significa insegnare a un bambino che cos’è un giaguaro o un orso polare mentre il mondo reale di quegli stessi animali è sempre più fragile? È da questo scarto tra rappresentazione e realtà che Henrot costruisce il suo film, trasformando la crisi ecologica da grande questione planetaria in un’esperienza intima, quotidiana, fatta di paura, amore e responsabilità. Al centro c’è quello che viene definito ecological grief, il lutto ecologico: la consapevolezza di vivere accanto a perdite che non sono soltanto future, ma che sono già in corso. Specie che scompaiono, habitat che vengono distrutti, ecosistemi alterati diventano così parte del mondo che stiamo consegnando alle generazioni successive. E proprio l’infanzia permette a Henrot di porre la domanda in modo particolarmente potente: che cosa significa trasmettere un mondo che sappiamo essere diverso da quello che abbiamo ricevuto? Il film non cerca però una risposta nella retorica dell’apocalisse. Al contrario, guarda alla cura come possibile forma di resistenza.

La cura dei genitori verso i figli e quella di chi lavora nei centri di recupero della fauna selvatica diventano due esperienze sorprendentemente vicine: in entrambi i casi si tratta di prendersi responsabilità di una vita fragile senza poterne controllare il destino. Nutrire, proteggere, pulire, riparare, aspettare sono gesti semplici, spesso invisibili, ma proprio per questo fondamentali. In una cultura fondata sulla velocità, sul consumo e sulla continua ricerca del nuovo, la cura introduce un’altra idea di tempo: un tempo fatto di ripetizione, pazienza e manutenzione. Anche la struttura del film sembra seguire questo ritmo, fatto di cicli, ritorni, crescita e trasformazione. È un tempo che appartiene tanto all’infanzia quanto alla natura e che entra in contrasto con la percezione immediata dell’emergenza climatica, che spesso si sviluppa troppo lentamente per essere vissuta come un singolo evento e troppo rapidamente per poter essere ignorata. In the Veins riesce così a parlare della crisi ecologica senza trasformarla in un discorso astratto. La porta dentro le relazioni, dentro i corpi e dentro quei piccoli gesti attraverso cui ogni giorno scegliamo di mantenere in vita qualcosa.

Henrot non promette che tutto possa essere salvato, né cerca una consolazione facile. Alcune perdite sono irreversibili, e proprio questa consapevolezza rende ancora più importante la scelta di continuare a prendersi cura. Il film suggerisce che la responsabilità non nasce dalla certezza di poter cambiare l’esito, ma dalla decisione di esserci comunque. Prendersi cura di un bambino, di un animale ferito o di un mondo danneggiato significa accettare la vulnerabilità senza trasformarla in disperazione. È forse qui che In the Veins trova il suo punto più forte: nel trasformare la cura da gesto privato e apparentemente ordinario in un atto etico e politico. Di fronte a un mondo che perde pezzi, continuare a nutrire, proteggere e riparare diventa una forma di coraggio. E il film di Henrot ci lascia proprio con questa idea: forse non possiamo più pensare di salvare tutto, ma possiamo ancora decidere da che parte stare.

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