A Gstaad, Almine Rech presenta Les Créatures, la quinta personale di Claire Tabouret con la galleria. Il punto di partenza è Centaure et Bacchante, un’opera su carta di Pablo Picasso del 1947. Tabouret ne riprende il procedimento: una stessa matrice può generare esiti dissimili, mentre la ripetizione diventa occasione di singolarità. È una premessa che attraversa l’intera mostra e permette di leggere le nuove opere come una riflessione sulla costituzione dell’identità attraverso lo scarto.
Les Créatures è innanzitutto una mostra di carte. Inchiostro, acrilico e monoprint rendono il foglio parte integrante dell’opera: superficie che registra traccia, pressione, trasparenza, residuo. Nel monoprint ogni passaggio conserva qualcosa dell’impronta e introduce una deviazione. Tabouret è interessata a un oggetto appartenente a una molteplicità capace di rimanere singolare.
La pratica dell’artista si alimenta di fotografie, immagini d’archivio, ricordi d’infanzia e invenzioni. I personaggi abitano una zona sospesa tra realtà e finzione, memoria e sogno. Sembrano provenire da una storia riconoscibile senza consegnarla allo spettatore. Il passato assume una forma mobile, continuamente sottoposta a nuove configurazioni.
In Les Créatures (jaune), 2026, acrilico e inchiostro fanno emergere una presenza dalla superficie del foglio. Il giallo introduce una luminosità quasi artificiale e conferisce alla figura un carattere intenso, sfuggente. La creatura appare ancora in formazione; la carta ne registra l’instabilità.






Le Rêve (pâle), 2026, lascia invece ampio spazio al bianco. L’inchiostro costruisce una presenza rarefatta, prossima a un ricordo parziale. Il titolo accentua l’ambiguità: l’immagine sembra trovarsi nella stessa condizione del sogno, sospesa tra apparizione e riconoscimento.
In L’Étreinte (bleu), 2026, il tema diventa relazionale. L’abbraccio mantiene i corpi in una zona intermedia tra intimità e distanza. Il blu raffredda la scena e ne allontana una lettura sentimentale immediata. La figura prende consistenza attraverso il rapporto con l’altra: la distanza diventa condizione della distinzione.
Qui si concentra il nucleo teorico della mostra. Tabouret non usa la serialità per moltiplicare un’immagine già compiuta. La usa per mostrare che nessuna immagine possiede uno statuto precedente alla propria differenza. Ogni passaggio mantiene una continuità e produce uno slittamento.
La dinamica può essere letta attraverso la différance di Jacques Derrida: il profilo non precede la relazione, prende forma nel rinvio tra configurazioni che non coincidono mai pienamente. Riconoscere significa conservare una traccia; distinguere significa percepire ciò che da quella traccia si è allontanato. L’immagine esiste dentro questa distanza.
Il riferimento a Picasso acquista così un valore generativo. Centaure et Bacchante non costituisce un repertorio iconografico da citare, bensì un modello operativo. Tabouret parte da una struttura e ne esplora le possibilità. «Every work has so many potential directions», ha osservato parlando del processo. L’immagine diventa un punto di partenza, una forma ancora disponibile alla trasformazione.






Anche il mito viene riattivato. Le creature mettono in crisi categorie stabili: umano e animale, infanzia e maturità, realtà e immaginazione. La figura appare come una soglia più che come una presenza definita. In questo passaggio, l’eredità di Picasso viene spostata verso una sensibilità contemporanea, dove il mutamento diventa una modalità di conoscenza.
Per l’attenzione alla figura, alla memoria e all’instabilità del soggetto, Tabouret può essere avvicinata a Marlene Dumas. In entrambe la riconoscibilità dell’immagine resta attraversata da una componente psicologica che impedisce al soggetto di fissarsi definitivamente. Tabouret introduce però una dimensione processuale più esplicita: la figura si definisce attraverso il confronto con altre figure, la metamorfosi e la riproposizione.
Il foglio funziona come archivio del processo. Conserva tracce, sovrapposizioni, cancellazioni, divergenze minime. Anche lo sguardo viene coinvolto in questa logica. Una posa richiama quella appena incontrata, una forma ritorna alterata, una tonalità modifica la percezione di ciò che è stato visto prima. Guardare significa ricordare; ricordare significa distinguere. La lettura procede attraverso confronti, ritorni, deviazioni.
Le creature di Tabouret sono familiari senza appartenere a una storia definita, riconoscibili senza ridursi a personaggi. Il perturbante nasce dalla difficoltà di stabilire una volta per tutte che cosa si abbia davanti.
Les Créatures trova qui la propria urgenza. In un sistema visivo dominato dalla riproduzione, Tabouret mostra che la peculiarità può emergere dalla serialità. Il monoprint rende questa condizione concreta; la carta ne conserva le tracce. Alla fine della mostra rimane la sensazione di aver incontrato presenze quasi uguali e mai identiche.
All pics: Installation views of Claire Tabouret ‘Les Créatures’, Almine Rech Gstaad, 2026 / © Claire Tabouret – Courtesy of the Artist and Almine Rech – Photo: Annik Wetter


