La crepa si era aperta con l’addio di Alessandro Michele da Gucci, nel 2022. Poi non abbiamo più voluto guardare, abbiamo pensato al caso isolato, una scossa d’assestamento, di quelle fisiologiche. E invece lo smottamento non si è più arrestato e giù dopo di lui: Pier Paolo Piccioli via da Valentino, Jeremy Scott via da Moschino, Hedi Slimane via da Celine, Glenn Martens via da Diesel, eccetera, eccetera.
In due anni e mezzo i cambi di poltrona sono stati talmente tanti e così repentini che diventa impegnativo quasi tenerne traccia. Una sfilata di direttori creativi invitati con grandi entusiasmi nel nuovo team e subito caldamente accompagnati alla porta. E non soltanto stilisti ma anche tutti gli attori che rappresentano i brand di lusso nell’area marketing e merchandising e che contribuiscono insieme ai designer a plasmarne l’estetica. Non è un fenomeno da sottovalutare, sì per le evidenti ragioni di mercato, ma soprattutto sotto il profilo creativo (che da esso dipende ma che al tempo stesso ne rispecchia l’andamento).


È di queste ore la notizia di Donatella Versace che lascia il posto a Dario Vitale, insieme alla scossa finale, quella di Demna che molla Balenciaga per entrare da Gucci. Questo ininterrotto turnover rischia di destabilizzare irreparabilmente l’identità dei brand, rendendo il sistema più instabile di prima. E se in alcuni casi, la nomina è stata affrettata, guidata da logiche sbagliate – puntate meno vincenti di altre – molti designer non hanno avuto semplicemente il tempo (così come è stato per Sabato De Sarno da Gucci).
C’è il rischio di perdersi. Al netto del fatto che un direttore creativo, da solo, conta molto poco rispetto al sistema che muove la macchina economica di ogni maison, il discorso merita uno sforzo di apertura alla complessità. L’incertezza che domina in questi anni il fashion system è dovuta in primis alla crisi finanziaria che ha investito la Cina, primo paese a trainare l’economia del lusso insieme agli altri colossi asiatici, Giappone e Corea del Sud, tra gli altri. L’intero mondo della moda è in balia della finanza e i cambi repentini dei designer non sono che lo specchio della strategia degli amministratori delegati dei gruppi del lusso che continuano, a volte insensatamente, a cambiare strada per evitare incassi sempre più bassi. Sia chiaro, si parla sempre di cifre da capogiro, basti pensare che Demna Gvasalia ha portato Balenciaga a quadruplicare i guadagni nei primi cinque anni sotto la sua direzione, così come fu per l’era Gucci di Alessandro Michele, ma il settore del lusso sta vivendo evidentemente una stasi.

Tutto questo ha portato a una violenta battuta d’arresto che coinvolge inevitabilmente l’intero sistema creativo, dietro le logiche del mercato. Tutto corre veloce, ma le case di moda hanno bisogno di radici, di una direzione duratura che possa esprimere una visione estetica, raccontare un futuro possibile senza la costante incertezza dell’interruzione. Il rischio che questo continuo cambiamento di visioni possa impattare sulla costruzione di un’identità coerente è altissimo.
Alla forsennata ricerca di una coerenza stlistica, navighiamo a vista, in una bolla di confusione dove non distinguiamo più l’abito dal prodotto. Che la moda sia il riflesso del proprio tempo oggi lo vediamo chiaro nella sua trasformazione in mero prodotto commerciale, abdicando al ruolo immaginativo che possiede da sempre e che porta alla costruzione di uno storytelling magico, che vive di desiderio e non di possesso. Tempi cupi. La speranza è di riprendersi il tempo per costruirlo.


